LETTERATURE COMPARATE

LINGUISTICA E LETTERATURA
COMPARATA 2018


Letteratura Comparata

 

Bozze su Petrarca, Shakespeare e Milton

 

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... un altro contributo alla scienza comparatistica che nelle lettere non ha ancora una vera e propria "scuola" italiana.

Nell'insegnamento di Letterature Moderne Comparate
curato dal Prof. Sandro Maxia.

Linguistica e Letteratura comparata - Anno 2011 

di Massimo Marongiu 

Copyright M. Marongiu
tutti i diritti riservati
deposito S.I.A.E. 2005-2010

 

 

 

BOZZE  SU  PETRARCA, SHAKESPEARE E MILTON




UN ESEMPIO DI MACROCANONE…IL SONETTO

 

  C’è una circolarità di forme, temi e motivi che dal Trecento Italiano passa attraverso la koinè Petrarchesca che si dipana sin al Rinascimento, innanzitutto con  Shakespeare , nelle commedie e tragedie d’ispirazione e ambientazione italiana: si potrebbe dire che il macrocanone petrarchesco ritorna in Italia o più precisamente, ritorna il motivo italiano anche se in lingua inglese.

 Più tardi, nel Novecento, il macrocanone si ripresenta nelle traduzioni del pentametro giambico da parte di Montale e di Ungaretti. Un canone trecentesco veicolato dal sonetto e dal pentametro giambico, dopo aver conquistato l’Europa, ritorna a sei secoli di distanza in Italia.

 E già in quest’inizio di XXI sec., non c’è poeta che non si eserciti con il “Canzoniere”, carico di poesia canonica, ma anche di storia.[1]

 

 Del sonetto e delle durate.

 

 Quale artista non si è misurato almeno una volta con questa forma: classico, caudato, a risposta, a certame e così via, per citarne i modi più noti.

  Con Harold Bloom, atteso che “la lirica occidentale canonica…abbia solo due figure del genere, [ovvero fondatori di macrocanoni, ndr], Petrarca, che nell’era Aristocratica  inventò la poesia rinascimentale, e Wordsworth, il quale si può dire abbia inventato la poesia moderna  Democratica” [2]. Petrarca fu’ principale norma e regola per oltre quattro secoli, dal trecento al settecento. Non a caso sulla scia petrarchesca il sonetto come genere, e’ presente in Germania, Francia, Spagna e Inghilterra, anche se esistono questioni di metrica sillabica o quantitativa al di fuori dell’ Italia. In Italia e Spagna viene usato soprattutto l’endecasillabo, in Inghilterra il blank o pentametro jambico, in Francia ambedue  e in Germania il  decasillabo libero.

  Claudio Guillén afferma che – il genere funziona spesso come modello concettuale; ed allora ciò che evolve è il paradigma mentale, composto generalmente da alcune opere canoniche, mentre,

nello stesso tempo, le imitazioni individuali del modello, abbediscono al proprio ritmo di evoluzione-. E’ quello che – Fernand Braudel denomina <durate medie> moyennes durèes…nello stesso tempo simultaneamente, si estendono ed allungano le longues durèes, egualmente visibili…[3] (ovvero come dei canoni a diversa durata e velocita’).

   Ad esempio l’endecasillabo strutturante pare essere una questione tutta italiana che si manifesta come pentametro giambico, che in realta’ e’ un decasillabo o endecasillabo tronco, nella maggior parte delle prove europee.

  Ma delle forme citate del genere, l’endecasillabo e’ il “tipo classico” di lunga durata, con tanto di grammatica dantesca.[4]

 

---

 

 

Brevemente, in effetti l’endecasillabo è fatto di due piedi il cui accento può andare dalla prima all’ultima sillaba con un numero imprecisato di accenti intermedi. Di qui la flessibilita’ dettata dalla ricchezza di trisillabi della lingua italiana.

  Il pentametro jambico è invece formato dalla coppia di due pentameti le cui sillabe sono alternative lene e forti :

 

  - /- /- /- /-/    - /- /- /- /-/.

 

Oh  wild west iìnd thou breath of autumn’s being   (P.B. SHELLEY. Ode to the west wind)

 

Oh vento selvaggio occidentale è il tuo respiro che fa l’essere dell’autunno.( Da notare che il verso di Shelley è considerato essere il piu’ bel pentametro in lingua inglese. La nostra traduzione di servizio anziché dieci sillabe ne abbisogna di ventiquattro.)

 

  Comunque la competenza del lettore, a memoria o a libro, e dell’ascoltatore, deve essere altissima e raffinata. Inoltre è acconcio alla versificazione delle altre lingue europee, per le parole brevi, ricche di asperità consonantiche e poche vocali, in una struttura che il  Carducci  avrebbe  chiamato più tardi  “ barbara ”. Il pentametro quantitativo è il verso per eccellenza della lingua inglese. La versificazione jambica e’ una tradizione antichissima e viene dalle vestigia dell’anno mille in un contesto “Sassone” e “d’Anglia” non solo letterario ma di cerimonie, feste tribali, accadimenti.

  Per farci un’idea del pentametro jambico in Europa,  riportiamo alcuni spunti metalinguistici sul sonetto:

 

  “Wordsworth”:

Scorn not the Sonnet, Critic! you have frowned

     mindless of its just  honours; with this key

   Shakespeare unlocked his heart, the melody

Of this small lute , gave ease to Petrarch’s wound…

 

“Sainte-Beuve”:

Ne ris point des sonnets, o critiqe moqueur!

 

“Platen”:

Auf diese folg’ ich, die sich gross erwiesen,

nur wie ein Aehrenleser folgt dem Schnitter,

Denn nicht als Vierter wag’ich mich zu diesen.

 

“Carducci”

Sesto io no, ma postremo, estasi e pianto

E profumo, ira ed arte, a’ miei dì soli

Memore innovo ed a i sepolcri il canto.[5]

 

 

  Questa “dilatazione” europea del verso ebbe i suoi inizi, con tutta probabilità con i sonetti siciliani, di derivazione dallo strambotto, che aveva stanze di 8 e 6 versi. L’aggiunta di 2 cesure creo’ il sonetto. Piu’ tardi si consolidò con la serie di Guittone d’Arezzo. Le ipotesi di ascendenza trobadorica o dell’ottava tedesca, hanno a nostro avviso minor credito.

   In sostanza il sonetto, pur così “classico”, proviene dalla poesia popolare, è un dislivello di cultura, come ci ricorda Alberto Maria Cirese nel suo “Culture egemoniche e culture subalterne”.

  In sintesi è da Jacopo da Lentini, Re Enzo e Federico II che ripresi da Guittone, dal Dolce Stil Nuovo, da Dante e infine dalla vetta di Petrarca che si attua geograficamente quasi un “allagamento” in Italia del genere,  delle forme  e dei temi, che veicolati dal Petrarca, il piu’ grande e onorato latinista del suo tempo, trascino’ in Europa anche i generi già presenti in Italia in volgare.

  Si puo’ dire sì di un genere,  “perché i generi sono modelli” [6],   la percezione dei modelli è  “storica e dinamica”[7] e assomiglia a quella concezione del Bachtin che etichetta questi fenomeni come ”romance” o  “letteratura” o  “arte” in senso omnicomprensivo.

 

Sulle tracce del sintagma tematico Petrarchesco.

 

 

Il serto d’alloro che nell’iconografia e’ apposto a Dante, Boccaccio e Petrarca è a ben considerare, maggiormente appropiato al terzo, ufficialmente incoronato a Roma a 35 anni nel 1341 “ MAGNUS POETA ET HISTORICUS” per mano del Senatore Orso dell’Anguillara a capo di un folto gruppo di latinisti e storici, ottenendo il “ privilegio di laureae”. Petrarca da par suo era già conosciuto in tutta  Europa per i suoi studi e scritti latini e per nazionalità per quelli in volgare: e ciò venne più che riconosciuto, attestato con una fastosa cerimonia durata tre giorni.[8]

Questa breve nota, più che biografica, delinea la misura dello scarto tra letteratura alta e colta, diffusa in tutto il continente che riconosceva Petrarca come il sommo degli scrittori in latino e quella in volgare, che al tempo si fronteggiavano in una doppia oscillazione centripeta.

Petrarca fu soprattutto della letteratura latina colta e la sua prova “eccellente” del Canzoniere ne risulta quasi un corollario. Ci pace ricordare Milton, grande viaggiatore, che nell’Italia del ‘600 trovò un crogiuolo di parlate affatto differenti in numero e qualità e si spiegò questa particolarità europea come causa delle invasioni barbariche.[9]
Dalla importanza europea del Petrarca si può affermare con buona approssimazione che là, con lui, nascono i semi dell’italiano moderno.

La globalità dei temi è innanzitutto alta e volta sempre all’antichità. Una notevole novità tecnica è quella dell’accumulo o “climax”. Non che non esista praticamente da sempre ma la riproposta disce in lui e come annotiamo in Shakespeare e Milton.

 

ES. Falcon volar sopra riviera a guazo,

       correr mastini, levrieri e brachetti,

        gitar i astori, sparvieri e smerletti…….[10]

Shakespeare:   “…Così vive beltà, saggezza, crescita –

                          O è follia, senilità, vuoto.

                          A darti retta, i tempi cesserebbero…

                          Chi per far razza non creò Natura –

                          Deforme, rozzo – sterile si perda…”[11]

 

Milton :           “…Donna leggiadra il cui bel nome honora

                          E herbosa val di Rheno e il nobil varco,

                          ben è colui d’ogni valore scarco

                          qual tuo spirto gentil non innamora…”[12]

 

 

Daltronde gli studi del Biadene anno riportato il sonetto al concetto stesso di arte –[13]“…cioè della forma più sperimentata e stereotipa della versificazione europea.”

“Tu [Henri Cazalis] forse riderai della mia mania di scrivere sonetti – e invece no, perché tu stesso ne hai fatto di magnifici – ma per me è come un gran poema, in piccolo: le quartine e le terzine mi paiono dei canti completi, e certe volte impiego tre giorni a equilibrarne preliminarmente le parti, perché il tutto risulti armonioso e si approssimi al Bello” [Mallarmè] [14]

Riprendendo il nostro discorso dalla retorica del Canzoniere, notiamo che nella seconda e ultima parte del lavoro, la figura dell’accumulo-climax e’ strepitosa[15]

Per ben 17 volte il sintagma /lauro-a/è esposto in rima, senza contare le rime interne. [16]

 

“ CCLXXIX

Se lamentar augelli, o verdi fronde

Mover soavemente a l’aura estiva,

o roco mormorar di lucide onde

s’ode di una fiorita e fresca riva…”

 

il movimento dell’aura fa della natura un unico emblema che potremmo definire mitologico [17] come in Dolci e fresche acque la donna non è più provenzale ne’ stilnovistica ma un mito contemporaneo ancora oggi.

E come un eco di ridondanza l’emblema s’incrocia con i miti dafnei, (da alloro),per cui rammentiamo che Apollo s’era invaghito della ninfa Dafne che non lo ricambiava e lo sfuggiva per cui Apollo la trasformo’ in un lauro sempreverde, destinato ad essere il serto a corona dei vincitori nella guerra e in ogni disparata disciplina.

E ancora dei metaplasmi, autonomasie e senhal: “…il luogo usato (CXI), che deve rivisitare (CVII, CXIII, CIIXX)(Valchiusa); in un’aura (CXII), nell’aura dolce, nell’aura soave (CIX), in un aere, in un aere sereno.”(CIX, CVIII).[18]

E di scienza medioevale i quattro elementi, aria e fuoco, acqua e terra fanno da sfondo alle descrizioni.

Nell’Aria, in Dafne vengono fuori delle metonimie a cascata che fanno di Laura, Loretta (in provenzale), Lauretta, un tratto unico che permea di sé il Canzoniere, anzi si potrebbe dire fa il Canzoniere, con una struttura metasemica e metonimica reiterata. Tale incedere per sintagmi non metaforici, crea comunque un incessante rispecchiarsi dei sonetti, canzoni e madrigali in un ortus conclusus senza mura ove spazia l’infinito. Non che manchino le metafore, innanzitutto quelle riferibili ad amore e morte che sono un leit motive del tutto.

Note sulle opere latine.

Laura muore il “dì sesto d’aprile”[19] 1948, nella grande pestilenza che privo’ l’Europa in media di un terzo degli abitanti. La maggior parte dei critici intravedono nell’evento la possibilita’ di intravedere una cesura tra prima e dopo quella data…Per quanto si e’ detto noi lasceremmo la questione aperta a studi accurati sull’argomento.

E gia’ in Africa, il II libro si conclude con “una malinconica riflessione sulla vanità della gloria terrena”[20], il V racconta l’infelice amore tra “Messinissa e Sofonisba [con la morte di quest’ultima]”[21].  E’ una riscrittura dell’episodio di Didone e Enea, riprendendo il contrasto tra amore e virtu’ spinta fino alla morte tipico del Petrarca.

                                             

                                          

   La morte di Sofonisba

 

 

… En morior; mortisque magis me causa dolere

quam mors ipsa facit.[22]

 

ovvero dopo la vittoria di Scipione lei già vedova di Siface [23]e ora sposa di Messinissa riceve dal suo amore Messinissa il veleno per morire e sfuggire la schiavitu’ in Roma.[24]

 

Nel “Rerum memorandum libri” due i temi principali. “L’ozio” come dedizione, in solitudine, allo studio e alla dottrina, e la virtu’ della “Prudenza”. [25]

 

Un risvolto Agostiniano nel “Secretum”. Petrarca afferma che quando gli furono regalate “Le confessioni”, apri’ il libro e si trovo’ sul famoso passo:

-         - Et eum homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos. (cfr. ivi 30,iv)

Cui Petrarca commenta:

-         - Tum vero…in me ipsum interiores oculos reflexi. [26]

che a ben guardare è una anticipazione dell’appercezione kantiana su base agostiniana. La natura seppur ci sembra immensa è conchiusa nella nostra appercezione spazio-tempo dietro ai “nostri” occhi. Ci ricorda anche lo scolasticismo di Heidegger dove i fenomeni sono percepibili dalla mente solo se c’e’ l’attitudine verso di loro, l’intentio medioevale. In caso contrario è il nulla.  

Un ultimo appunto sulla contesa tra Agustinus e Franciscus [S.Agostino e Petrarca] del Secretum.

 

…AUGUSTINUS…Ista quoque, quam tuam predicas ducem a multis te obscenis abstrahens in splendidum impluit baratrum… - …Cosi’ costei che tu esalti per tua guida trattenendoti da molte brutture ti ha spinto in uno splendido baratro.

FRANCISCUS - …Unum hoc seu gratitudini seu ineptie ascribendum, non silabo: me quantulumcunque conspicis, per illam esse;nec unquam ad hoc, siquid est, nominio aut gloriae fuisse venturum…-…Almeno questo(sia da ascrivere a gratitudine o a sciocchezza) non voglio tacere: quel poco che mi vedi, sono per essa; né sarei mai giunto a questo grado, quale che si sia, di fama e gloria. [27]

 

Concludiamo questa fase analitica riassumendo brevemente quelli che a nostro avviso sono gli elementi principali che costituiscono quello che abbiamo chiamato macrocanone petrarchesco.

                                                                 

-         La costituzione e diffusione dell’endecasillabo e del pentametro jambico

-        Il modello petrarchesco si costituisce con modalità alte in lingua latina e riporta come corollario il volgare, seppure   eccellente del canzoniere, nobilitandolo.

-         La retorica basata sugli elementi naturali medioevali si accosta sintagmaticamente al climax che nel caso di aria, aura,    alloro, etc. crea una solida ossatura conchiusa dove i riverberi spaziano verso l’infinitudine.

-         Da un punto di vista che estraiamo come metaforico, si nota l’agglutinarsi di Amore e Morte, Amore e Gloria, Amore    e baratro, la natura fallace e l’interiorità.

 

 

I temi dei sonetti di Shakespeare

 

In una recente opera molto originale di Harold Bloom:”Shakespeare, l’invenzione dell’uomo” si estende una tesi affatto intrigante: [28]

“In gran parte delle opere più belle lo scrittore non “ imitò la vita” bensì la creò.” [29]

Né mimesi o diegesi ma “invenzione” stessa dell’essere.Noi viviamo in Shakespeare da qualche parte e li’ siamo nati e moriremo.

Questa omniapoiesis è ben riassunta dal Re-attore in “Amleto”

 

                                     Destino e volontà son così avversi

                                     Che i nostri piani spesso vanno persi:

                                     nostri i pensieri, gli esiti mai.

 

E siamo noi mortali che siamo forgiati dalla ecriture di William Shakespeare, come pensieri ed esiti. Quest’autore rinascimentale non ha confronti in quest’opera di basic culture , e l’Italia è fortemente presente. Delle 37 opere teatrali 11 opere sono ambientate in Italia a cui si aggiunga la fantastica Tragicommedia “La tempesta” con protagonisti italiani. Si tenga conto poi dei 154 sonetti che abbiamo gia’ detto sono una questione tutta italiana. Insomma vogliamo dire che a grandi linee un terzo della produzione shakespeariana ha a che fare col “bel paese” e questo quando era altissimo l’interesse per la questione anglicana e il distacco da Roma. Questo aspetto di essere ”contro”, accomuna nel macrocanone petrarchesco i nostri tre autori ad esame. Petrarca col suo latino e soprattutto il volgare, fu’ fiero oppositore della “cattivita’ avignonese”, Shakespeare ha il suo italianismo rovesciato in Italia contro il Papato, e Milton fu’ ministro nel governo provvisorio della fallita rivoluzione di Cromwell contro la Corona.

Ma riprendiamo il discorso dai sonetti shakespiriani.

Una piccola parentesi di “comparative literature” nei “gender studies” americani. Infatti la maggior parte dei componimenti sono dedicati al “fair friend” (126) e i rimanenti (28) alla cosiddetta “dark Lady”. Noi siamo d’accordo con John Benson che alla prima riedizione, sessant’anni dopo il cadere del secolo, pubblicò i sonetti trasformando tutti i “maschili” in “femminili” per quanto riguarda il “fair friend”. E’ addirittura ovvio rifarsi al periodo elisabettiano e il suo teatro innanzitutto per una sorta di “puritanesimo” le parti femminili erano impersonate da uomini (solo uomini sul palcoscenico) e Shakspeare aveva un onore da difendere: fu nominato “King’s Men” alle dirette dipendenze del Lord Ciambellano. [non Queen’s Man].

Insomma L’Arte veniva giudicata non adatta alla educazione e vita delle donne. Ciononostante noi utilizziamo la versione che seppure avvolta nel mistero, dovrebbe essere quella originale e raccolta da un “Editor” all’insaputa si Shakespeare che in ogni caso non se né curò affatto. [30]

Possiamo notare subito alcuni importanti temi del Macrocanone Petrartesco: la reiterata presenza dell’ambiente metaforico di “Amore e Morte”

                                      “Amore e Gloria”

                                      “L’amore che abbiamo definito «mitologico»

                                      “L’amore baratro Agostiniano del Secretum.”

                                      “Il climax come figura retorica strutturante”

                                      “La natura medievale con i quattro elementi ”

   

 

Amore e morte è il “topos” più ricorrente nella raccolta.

Vedasi i sonetti 1, 17, 31, 55, 64, 68, 72, 74

 

1       Delle belle creature un frutto amiamo

         che mai non muoia di beltà la rosa

         ma come al tempo cede, maturando

         [una tenera eredità rechi la memoria]

        

17     Pure è una tomba, il ciel lo sa, che i santi

         mal ti dimezza, e vivo ti nasconde.

        

31     Sei tu la tomba ove sepolto amore

         vive coi segni dei passati amanti

        

72              quel valore era in me che tu m’amassi

         nella morte, dimenticami, amore

 

Oppure l’amore è Baratro (°) e rovesciandolo come un  guanto è gloria (°°) e talvolta si acconcia in amore “mitologico” (°°°)

 

                                                        (°) 13, 15, 30, 97, 125, 126, 132

 

 

13               Chi fa decadere fa cosa sì bella

          che può reggere in sesto, giudizioso

          contro gli scrolli d’inverno e la sterile

          rabbia, l’eterno gioco della morte?

          sol gli spreconi! Avesti un padre, amore,

          lasciati un figlio a dire questo ancora

          …

 

14                il pensiero

          ti drizza ricco in gioventù al mio sguardo

          mentre, con lo sfacelo in gara, il tempo

          vuol mutare il tuo giorno in notte e fango…

          …

125           Amo i tuoi occhi e quelli, conoscendo

          Che il tuo cuore non sdegni in tortura

 

      E la gloria (°°) 3, 17, 23, 24, 55

 

17                 Finchè l’uomo avrà occhi, avrà respiro

          Vive la mia parola, e in lei se vivo.

 

23                Oh allora per me parlino i miei libri,

           i messaggeri muti del mio petto…

 

 

 E l’Amore “Mitologico” (°°°) 19, 23, 103

 

93                   Ma nel creare te decise il cielo

           Che amore dimorasse nel tuo viso;

           qual sia del cuore il lavorio, i pensieri,

           dolcezza sole il tuo sguardo ridice.

 

103             Tendono le mie rime a un passo solo,

           dire i tuoi doni, la grazia che hai;

 

Continuiamo con la natura medioevale 4, 45, 80, 98, 103 e il climax strutturante anche anaforico prendendo ad esempio un solo componimento  [66] 5, 11, 34, 91, 137

 

4                        Perché dedichi a te, grazia sciupona,

            il capitale della tua bellezza?

            Nulla Natura dona, impresta solo

            E, generosa, ai liberali impresta.

            …

45                    Gli altri due, puro fuoco, aria sottile.

           

80              80       Ma il valor tuo come l’oceano è vasto

  regge l’umil naviglio e il grandioso…

  sui tuoi superbi flutti…

  …

 

IL CLIMAX ANAFORICO “dell’ozio e la saggezza”

 

66              E stanco imploro pace dalla morte

         vedendo il nurito nascer mendico

         e il vuoto nulla inpannocchiato in fronzole

         e la fede purissima tradita

         l’aureo onore spiazzato con vergogna

         la vergine virtù nel lupanare

         la perfezione volta al basso, a torto,

         la forza del poter zoppo storpiata

         l’arte da autorità messa a bavaglio

         la follia che detta il verbo ai savi

         l’onestà proclamata dabbenaggine

         il Bene schiavo del capitano Male;

                    da tutto ciò, stanco, vorrei essere fuori,

                    se non che, muoio – e il mio amor lascio solo.

 

Tutti questi exempla hanno un legame tra loro nel Macrocanone Petrartesco nel quale trovano coesione e unità di respiro che l’autore ha in sé come narratore di una storia. C’è uno sdoppiamento e una continuità in Shakespeare e Petrarca che accomuna anche Milton, nei suoi sonetti in italiano e elegie in latino.

In Milton il Macrocanone si trova soprattutto nelle Elegie che sono degli Epitaffi per lo più di maestri e professori  dello stesso. Il tema è il lamento della perdita, il “vissuto” di perdita tanto presente nel canzoniere per Laura…

         Certo il nostro affetto non può essere contenuto da una forma con rigidi limiti, né può giungere intatto…[31]

 

                   non può l’oblio rapace

          furar  dalle memorie eccelso onore…[32]

        

                   tu sei stato anche tu portato via dalla

                   Morte spietata, ultima portavoce…[33]

 

Amore e morte e amore e baratro nel II Sonetto…

        

Gratia sola di sé gli voglia, i monti

         Che’l disio amoroso al cuor s’invecchi.

 

L’invecchiare dal “disio” è quanto di peggio possa accadere, è l’accidia tanto temuta, la morte di ogni cosa.

Il III sonetto è una riscrittura del madrigale petrarchesco “non al suo amante più Diana piaque” CII del Canzoniere, conosciuto sicuramente per via diretta della raccolta di parole e musica e tradotto  nel 1688 da Nicolas Yonge: “Musica Transalpina” ed era presente nell’ambiente culturale dell’epoca. In Musica Transalpina, ordinato come uso per importanza dei componimenti il madrigale è  il secondo componimento della raccolta.

Ma vediamo appena più in dettaglio.

                  

         Qual in colle aspro, al imbrunir di sera

         l’avezza giovinetta pastorella

         va bagnando l’erbetta strana e bella

         che mal si spande a disusata spera

         fuor di sua natia alma primavera,

         così Amor meco insù la lingua snella

         desta il fior novo di strania favella,

         mentre io di te, vezzosamente altera

         canto, dal mio buon popol non inteso

         e’l bel Tamigi cangio col bel Arno.

         Amor lo volse ed io all’altrui peso

         Seppi ch’amor cosa mai volse indarno.

         Deh! Foss’il mio cuor lento e’l duro seno

         A chi pianta dal ciel si buon terreno. [34]

 

 

 

L II    Canzoniere

 

         Non al suo amante più Diana piacque

         quando per tal ventura tutta ignuda

         la vide in mezzo delle gelide acque,

        

         Ch’a me la pastorella alpestra e cruda

         posta a bagnar un leggiadretto velo,

         ch’a laura il vago e biondo capel chiuda;

         tal che mi fece, or quand’egli arde ‘l cielo

         tutto tremar di un amoroso gelo.

 

La pastorella che scende nelle acque è già

         un tema ripreso da Petrarca da Ovidio e

         in Inghilterra nel 500 i tema pastorale era molto

         diffuso. Noi pensiamo che siano di unica ispirazione

         soprattutto per l’assetto fonologico, temporale

         e sintattico, nonché l’umile viaggio Londra –Arno,

         che porta tanta acqua al nostro sentire.

        

C’è anche da notare il fatto che nel 1588 uscì curata da Nicolas Yonge, la raccolta di madrigali in musica tradotti dall’italiano, che ebbe un grande successo.  Ebbene a testimoniare una circolazione primaria e quindi la molto probabile conoscenza di Milton, del madrigale a tre voci con strumenti, si aggiungano gli elementi testuali …infatti non si riprende fabula e intreccio ma dall’intreccio soprattutto i sintagmi  aggettivali, l’azione e la metrica musicale della parola. Una riscrittura che e’ un tributo al fondatore del macrocanone.

 

 



[1]) -  il “Canone”, ricordiamo, ha una nascita ecclesiastica, è la parte centrale e invariabile della liturgia. E’ usato anche in musica per parti invariate, soprattutto in Bach, Mozart e Wagner .
Di qui l’uso di “canone” per manifestazioni artistiche che si ripetono sincronicamente e diacronicamente. E’ diventato ultimamente un sintagma topico delle letterature comparate.

G. Ungaretti. Quaranta sonetti di Shakespeare. Milano,’46. E. Montale,sonetti 22,33,48 ora in L’opera in versi Torino 1980.

[2]) -  Harold Bloom, Il Canone Occidentale, BOMPIANI 1999, p.215

[3]) - Claudio Guillén. L’uno e il molteplice. Introduzione alla letteratura comparata. IL MULINO 1985 p. 158-159.

[4])- Dante Alighieri – De Vulgari Eloquentia. A cura e traduzione di A. Marigo. LE MONNIER 1938

[5]) - Giovanni Getto ed Edoardo Sanguinetti,  Il Sonetto. Cinquecento sonetti dal Duecento  al Novecento. Antologia e introduzione. MURSIA 1957,   p.xxxix

[6] ) -Guillén,  ib. p. 154

[7] ) - ib. p.154

[8] ) - Wikipedia (italiana) voce Petrarca

[9] ) - cfr. per un quadro aggiornato - Tullio de Mauro – Storia linguistica dell’Italia unita.

[10] ) - Achille Tartaro – LIL7  Forme poetiche del trecento. Matteo Correggiaio, molto amato da Benedetto Croce come esempio tipico anche se estremizzato.

[11]) - W. Shakespeare – I SONETTI. N.11, a cura di Rina Sara Vergillitto, Newton 1988 p.41, tradotto dal curatore

[12]) - John Milton, “POEMATA” Poesie latine, greche, italiane. Ed. Palomar 1998, Appendice II, sonetto 2 p.195.(originale in italiano).

[13]) - LETTERATURA ITALIANA EINAUDI 1984 3 VOL.- Le forme del Testo – Teoria e Poesia, dir. Alberto Asor Rosa – Guglielmo Giorni – Le forme primarie del testo poetico, p.472.

[14]) - S. Mallarmè – lettera a Henri Cazalis (senza data) in Opere Complete a cura di H. Mondor e G. Jean-Aubry, Gallimard, Paris 1970 p. 1425.

[15]) - F. Petrarca, Canzoniere,.2 edizioni classiche: G. Contini – Ponchiroli. Torino, 1964 e Parnaso Italiano III  Einaudi a cura di  Muscetta e Ponchiroli , Torino 1958.

[16]) - Canzoniere  Einaudi – Rimario. P.804 . Poi ib.

[17]) - ib.p.354

[18]) -  cfr. LATERZA LIL6, Petrarca di Amaturo p.284

[19]) -  Einaudi ib.

[20]) - LIL6 p.88

[21]) - ib.

[22]) -  ibidem p. 97 e segg…

[23]) - note ib.97. Siface, Re dei Numidi alleatosi con i Cartaginesi.

[24]) - per una panoramica delle innumerevoli opere di diverse arti su Sofonisba cfr wikipedia.it

[25]) - LIL6 p.111 e segg.

[26]) - ib. p.116

[27]) - ib. p. 130.135

[28]) - Harold Bloom, “Shakespeare”, BUR saggi 2006

[29]) - ib. p.22

[30]) - Shakespeare, I sonetti, curati e tradotti da Rina, Sara, Virgillitto, (traduttrice e anch’essa poetessa apprezzata) Newton, 2008

[31]) - ib. Poemata p. 91

[32]) - ib. p. 55

[33]) - ib. p. 67

[34]) - Poemata III pag. 195