LETTERATURE COMPARATE

LINGUISTICA E LETTERATURA
COMPARATA 2013


Letteratura Comparata

 

LETTERATURA NORMATIVA TRA 400 e 500

Il Galateo

 

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... un altro contributo alla scienza comparatistica che nelle lettere non ha ancora una vera e propria "scuola" italiana.

Nell'insegnamento di Letterature Moderne Comparate
curato dal Prof. Sandro Maxia.

Linguistica e Letteratura comparata - Anno 2013 

di Massimo Marongiu 

Copyright M. Marongiu
tutti i diritti riservati
deposito S.I.A.E. 2000-2005


Galateo overo de’ costumi (1550-1555)[1] di Monsignor Giovanni della Casa.

 

Il termine deriva dal nome in latino di Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa, ispiratore dell’opera.

La struttura del componimento è impregnata di retorica medioevale.

- cita in riscrittura come ornato, il famosissimo poema di Dante nell’ “incipit”: “Di quel mortale viaggio del quale io ho la maggior parte… fornito…”

- utilizza la forma dialogica indirizzandosi ad un giovinetto di corte, alleggerendo la scrittura del discorso da quello puramente di retorica epidittica.

- supporta con una elegante opposizione dialettica il suo contesto che potrebbe apparire “frivolo”, spiegando che ci sono argomenti nobilissimi: - ma la giustizia , la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado… mentre “il costumato” e “il convenevole”, hanno portato uomini non di tanta altezza ad essere “apprezzati assai per cagione e della loro piacevole e graziosa maniera solamente… e … pervenuti ad altissimi gradi…”.

- I narratari si presuppongono di tutti i generi, cosi’ come il linguaggio oscilla da quello curiale a quello volgare. Una commedia normativa dunque.

- I capitoli non corrispondono ad argomentazioni differenti. Lasciano pensare più ad una lettura in diverse serate da parte di una compagnia. Di qui l’effetto gruppo anche nella letteratura solitaria[2].

- Nella chiusa concettuosa del finale viene inoltre esposto scolasticamente il discorso secondo i dettami della “ORAZIONE” ovvero quella parte della retorica che è rivolta al modo di porgere materialmente i contenuti.

- In ultima analisi l’opera ad una accorta lettura è d’impianto umanista, piena dei precetti greci e latini che supporta come significante, il lieve, e talvolta frivolo incedere dell’opera .

 

 

 

 

ARGOMENTI: La nostra lettura e’ tripartita:

 

1 – 10 CAP. – COME NON DISPIACERE ALTRUI

11 – 24 CAP. -  DEL FAVELLARE

25 – 30 CAP.   -   PERSEGUIRE BELLEZZA, MISURA E CONSAPEVOLEZZA

        

Essendo un testo normativo,  ma  dove la norma è senza sanzione, si potrebbe più precisamente indicarlo come un testo/suggerimento che come “sanzione” ha la sovente dicitura “Non si deve fare”. Non siamo nel campo del diritto quindi, ma del “costume corretto” e del “ben favellar”, dove la Bellezza non è un archetipo ma consapevole misura.

         Il Galateo a nostro giudizio è tutto qua ed esalta la sua grandezza nella tensione all’universalità delle sue linee guida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del Gruppo di CAPITOLI   I – X

che abbiamo chiamato

- Come non dispiacere altrui.

 

In questa sezione iniziale dell’espositio i consigli e precetti non sono organizzati in qualche ordine, ma vengono “a cascata”, come in un elenco provvisorio e aperto. Ne rammentiamo i punti principali:

- come corollario si stigmatizza che “…chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico, e scostumato e disavenente”. E nel particolare “diciamo… che ciascun atto che è di noia ad alcuno dei sensi, … contrario all’appetito, … che rappresenta alla immaginatione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo’ntelletto have a schifo, spiace e non si dèe fare.” E quindi non annoiare dicendo o facendo cose…laide, o fetide o schife o stomachevoli …, innanzitutto irritando i sensi con qualcosa che «pute» o “digrignare i denti, il sufolare, lo stridere e lo stropicciar pietre aspre… e il fregar ferro… e non cantare… neanche soli, se stonati”.

Tossire, starnutire sbadigliare; soffiarsi il naso con strepito e guardar nel fazzoletto. Sputare e fiutare vino e vivande; passarsi le stesso bicchiere o la stessa frutta. Non ungere dita o tovaglioli e per chiudere con la tavola: “i servidori non devono grattarsi il capo e tener ben le mani in vista e lavarle.

Ben vestire, secondo usanza del luogo. Non adagiarsi. Non voler esser avvantaggiati ne bizzarri o superbi. Amabili e non ritrosi o tenui e vezzosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del gruppo di CAPITOLI XI – XXIV che abbiamo chiamato

- Del Favellar.

 

Innanzitutto nel tema o materia o soggetto niente di frivolo o vile, o troppo sottile. E che inoltre nessuno della brigata ne tragga vergogna e onta. E niente malinconie o storie di malattia o morte. E non si deve parlar dei sogni e delle bugie, che di vile materia son fatti.

         Sfuggire la vanteria e non far beffe di niuno . E prepararsi per non essere tediosi, infimi o vili. Viene inoltre affrontato con dovizia il tema delle «cirimonie», ovvero nell’esagerare nei saluti e negli appellativi, come: - Illustrissima Eccellenza… Eccellentissimo Signor cotale…. E questo modo fuori luogo tra signore e sottoposto e maggiormente, così come d’uso, tra servi, a mo’ di scherno. Ci si sofferma molto sulle «cirimonie» e le si giudica nel peggiore dei modi. Non sono giustificate né per debito di differenze sociali né per vanità tra pari.

         Un altro punto messo molto in evidenza è che non bisogna parlare male “d’altrui” o delle “cose d’altrui”. Viene consigliato al saggio di astenersene e se in brigata di non proferir parola se qualcuno prende siffatti discorsi. Stesso atteggiamento si deve avere quando trattasi di cose minute e di poca importanza.

- E’ importante non dare consigli non richiesti a meno che con un amico ben conosciuto e dello stesso grado. Portare consiglio sembra infatti che il “senno a lui avanzi e ad altri manchi”.

- Inoltre non ammaestrare o correggere altrui, perché ne abbiamo abbastanza dai padri, dai medici, dai confessori e dai maestri di professione.

- Non schermire o beffare o mordere con le parole, che ci sono motti e motti, e non è vero che si è “obbligati” a recare offesa, e questo vale anche per il nemico, non solo per gli amici.

- Infine non far giochi di parole che à avvilire se stessi a giullare o buffone.

[Se si volesse riassumere non bisogna mettere in imbarazzo o offendere il prossimo nella sua persona o nelle cose altrui, il tutto articolato, anzi potremmo dire “disarticolato” in tanti piccoli suggerimenti, tra i quali anche quello di non suggerire.]

         Il discorso prosegue con la regola d’usare parole “chiare”, non usare sopranomi, non usare il gergo e le parole a doppio senso, in una parola, usare solo parole “oneste” con una curiosa allegoria della parola uomo probo.

         Infine, solo quasi per dovere, il richiamo allo studio della retorica, soprattutto quella dedicata all’esposizione del discorso. [un po’ di scolastica non guasta].

         Quindi memoria, voce ferma e ordine. Non arringare e nell’ “elocutio” soprattutto Eloquenza nel senso di misura. Non esser pigri né prestar parole, evitare l’eccesso e soprattutto parlare uno alla volta.

 

 

 

 

 

   

 

 

 

Del Gruppo di CAPITOLI XXV – XXX che abbiamo chiamato

- Proseguire bellezza, Misura e Consapevolezza.

 

Gli ultimi cinque capitoli compendiano la filosofia del testo con elementi pratici.

Sempre in forma dialogica, tra maestro e giovinetto si tracciano i lineamenti più generali prima di affrontare la normativa. E’ abbastanza naturale in quanto per noi del terzo Millennio è scontato che si debbano avere delle norme di comportamento in casa e soprattutto a tavola, ma per la società medioevale quattrocentesca sia borghese che nobile o ecclesiastica non era per niente scontato. I capitoli precedenti tuttavia trattavano soprattutto dell’educazione dello spirito, dell’atteggiamento, del, “savoir faire”, ma qua ci si addentra in una casistica nuova e inusitata per quei tempi e una introduzione filosofica che la giustifichi si rende necessaria. Diremo che la giustificazione ha una piena validità anche per i nostri giorni mentre la casistica è datata, anche se ha alcune perle di saggezza che tendono all’universalità.

         La parte filosofica teoretica negli ultimi Capitoli, è affidata soprattutto ad una “cronaca”, che essendo priva di alcun riferimento, si tratta piuttosto di una “storia” o piuttosto di una “favola” inserita nel discorso come “exempla”.

         Parla del “Maestro Chiarissimo”, che già quasi vecchio, avendo in vita sua fatto innumerevoli opere d’arte, fece punto di non aver fermato sulla carta tutto ciò che aveva fatto e si industriò alle bisogna. Prima di tutto scrisse un trattato dove mise tutti gli artifici e le misure e le proporzioni per ben operare. Questo trattato lo chiamò “Il Regolo”.

         Allora si procurò del marmo, e fece una statua “così regolata in ogni suo membro et in ciascuna sua parte” e la chiamò il “Regolo” come il trattato che aveva seguito punto per punto per farla statua.

Perché questa storia?:

- “… fosse piacere di Dio che a me venisse fatto almeno in parte l’una sola delle due cose che il sopra detto nobile (Chiarissimo) scultore e maestro seppe fare perfettamente, cioè di raccozzare in questo volume quasi le debite misure dell’arte della quale tratto! Perciò che l’altra di fare il secondo Regolo, cioè di tenere et osservare né miei costumi le sopra dette misure, componendo quasi visibile essempio e materiale statua, non posso io guari oggi mai fare, con ciò sia che nelle cose appartenenti alle maniere e ai costumi degli uomini non basti aver la scientia e la regola, ma convenga oltre a ciò, per metterla ad effetto, aver… l’uso, il quale non si può acquistare in un momento né in breve spatio di tempo, ma conviensi fare in molti e molti anni…

         E si lamenta che per questa sua seconda Regola gli mancano ormai pochi anni. Insomma il libro delle regole del convenevole per esplicarsi, deve essere messo in pratica, che forse è la cosa più difficile.

         Il libro si chiude con una serie di suggerimenti spiccioli introdotti dal ragionamento che non c’è il bene se non è accompagnato dalla bellezza, dalla regola dal convenevole e quindi come stare a tavola, vestirsi e atteggiarsi. Noi tralasceremo questa parte molto datata per il quattrocento a chi fosse interessato nei Capitoli XXIX e XXX.

        



[1] www.feaci.it/letteratura/galateo/htm - Dal 1550 ha avuto un enorme successo nell’ambito della cultura occidentale. Non si contano i “GALATEI” di altri autori, aggiornati ai tempi o per argomenti specifici. Il genere normativo ha forse nel Galateo un archetipo che si può definire “di lunga durata”.

[2] Si è rinvenuto da più parti un riassunto di fonte sconosciuta dei trenta capitoli dell’opera che riportiamo solo per quel che vale:

[1] I buoni costumi sono utili alla società

[II] Le azioni si devono fare non a proprio arbitrio ma per il piacere di coloro coi quali si è in compagnia.

[III] Cose laide da non fare o nominare.

[IV] Aneddoto di Messere Galateo e del Conte Ricciardo.

[V] Modi dei commensali e dei servitori.

[VI] Comportamenti da tenere in compagnia degli altri.

[VII] Adattarsi alle usanze nel modo di vestirsi, di tagliarsi i capelli e la barba.

[VIII] Non avere a tavola modi violenti o noiosi e sconci.

[IX] Utilità nella ritrosia ma senza eccessi.

[X] Non si devono usare modi vezzosi come quelli delle donne.

[XI] Evitare argomenti che non interessano o difficili da capire.

[XII] Condanna dei bestemmiatori o che raccontano i propri sogni.

[XIII] Contro i millantatori o i bugiardi o coloro che si vantano.

[XIV] Nella conversazione: chiarezza, onestà, evitare parole sconce o dal doppio senso.

[XV] Nelle cerimonie sfuggirle, perché degli uomini malvagi e sleali

[XVI] Nelle cerimonie per debito o vanità usare quelle imposte dalla legge per il luogo e perle usanze.

[XVII] Non usare cerimonie fuori dal convenevole per non essere vanitosi.

[XVIII] Le persone schifano i maledicenti e condannano l’eccesso nel dare consigli.

[IXX] Bando agli schermi e alle ingiurie occorre saper fare bene le beffe.
[XX] Sui motti di spirito.

[XXI] Il conversare disteso deve rappresentare le usanze, gli atti e i costumi.

[XXII] Nel conversare chiarezza, onestà, evitare parole sconce o dal doppio senso.

[XXIII] Sapere cosa dire. Il tono della voce. Miglior ………. e migliore significanti.

[XXIV] Lasciare che gli altri parlino. Non interrompere. Troppo dire da fastidio. Tacere è odio.

[XXV] Il Costume e la ragione pongon freno alla Natura..Educare dalla giovine età.

[XXVI] La Bellezza femminile tra le parti verso di sé e fra le parti il tutto.

[XXVII] La Bellezza è armonia anche nel vestire.

[XXVIII] Fuggire i vizi: lussuria, avarizia, crudeltà – vestire, portamento, camminata parlata, stare a tavola, deve esserci armonia

[IXXX] Norme generali di comportamento.

[XXX] Norme generali di comportamento.