LETTERATURE COMPARATE

LINGUISTICA E LETTERATURA
COMPARATA 2016


Letteratura Comparata

 

LETTERATURA NORMATIVA TRA 400 e 500

Castiglione

 

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... un altro contributo alla scienza comparatistica che nelle lettere non ha ancora una vera e propria "scuola" italiana.

Nell'insegnamento di Letterature Moderne Comparate
curato dal Prof. Sandro Maxia.

Linguistica e Letteratura comparata - Anno 2016 

di Massimo Marongiu 

Copyright M. Marongiu
tutti i diritti riservati
deposito S.I.A.E. 2000-2005

 

Il libro del Cortigiano di
Baldassarr Castiglione[1]

 

Prima questio

E’ preliminare una nota sul substrato linguistico, in quanto uno dei personaggi del libro è il Bembo, indiscussa autorità, norma e regola per la lingua. “La sua ascendenza è essenzialmente Boccacciana e Umanista”[2]. Nella sua opera più importante gli “Asolani” afferma: “Per la qual cosa bellissimo ritrovamento delle genti è da dir che sieno le lettere e la scrittura, nella qual noi molte cose passate, che non potrebbono altramente essere alla nostra notizia pervenute…”[3]Un ‘500 che annullando i tentativi realistici del ‘400 tornava alle tre corone trecentesche.[4]

Castiglione mandò il manosritto del “Cortegiano” al Bembo, con reverenza al massimo cultore delle lettere contemporanee ma non ottenne risposta, o forse fu volutamente disguidata, e dal libro forse si può capire perché.

Infatti nel Cortegiano è esposta da più parti una teoria avversa: - … nella lingua a parer mio … la forza e vera regula del parlar bene consiste più nell’uso che in altro, e sempre è vizio usar parole che non siano consuetudine. Perciò non era conveniente ch’io usassi molte di quelle del Boccaccio, le quali a’ suoi tempi s’usavano ed ora sono disusate dagli medesimi Toscani.. [5]

       Castiglione non accetta il primato “toscano” e “letterario-trecentesco”, per una lingua geograficamente segnata dai confini italiani e dettata dall’uso. Una posizione molto all’avanguardia che avrà una piena realizzazione secoli dopo,  a metà del diciannovesimo secolo, con la leva obbligatoria, la radio e la televisione.[6]

 

 

Secunda questio

«… del libro e della scena».

 

Il manoscritto ebbe una lunga gestazione: dal ‘513-‘514-‘515 una prima stesura, revisionata approfonditamente almeno sino al ‘518.

Tra il’520-‘521 una seconda redazione. Nel maggio del ‘524 viene completata la terza redazione, quella che verrà mandata a Venezia a Manuzio [1528] per le 1300 copie a stampa e 20 in carta reale per particolari omaggi e a Firenze per i tipi dei Giunta. Tutto in una certa fretta perché i manoscritti precedenti avavano già una relativa circolazione e era giunta al Castiglione la voce che si volesse pubblicare il suo capolavoro, saltando a piè pari l’autore.[7]

Il successo fu enorme, testimoniato dalle traduzioni in francese, tedesco, inglese e spagnolo.[8] Soprattutto quella Spagna, dove il Castiglione era Nunzio Apostolico, e con i possedimenti oltre il “Mare Oceano” e l’argento che di lì arrivava copioso, era la potenza più forte d’Europa e nei fatti l’unico Impero.

Presto “Il Cortegiano” entrò nelle Corti piccole e grandi e nelle case dell’alta Borghesia e chiosato e seguito alla lettera, parola per parola, nel pensare e comportarsi fino alla rivoluzione Americana e Francese. E non solo fu fenomeno normativo – Letterario ma influì fortemente nelle arti pittoriche, plastiche e architetettoniche in quanto il «manierismo» e il «neo-classicismo» ne son permeate. [9]

Ma passiamo al discorso sulla “scena”.

Una quindicina di narratori e attanti nel dopocena della corte d’Urbino che anziché danzare mettono il gioco di descrivere il «prefettismo cortegiano» in quattro serate, corrispondenti ai quattro libri del “Cortegiano”.

La sala già ancor oggi è palazzo e il palazzo è castello e ducato, uno dei ducati e principati e regni d’Europa.

La scena reale della violenza e del lavoro si sospende; quella carnascialesca  del suo negativo come «assenza d’opera» non è presente: siamo nella scena simbolica, «in essa si elaborano enigmaticamente, i significanti fondamentali di una cultura… nella scena simbolica si formulano infatti regole su cui si costruisce»[10]. Lo statuto della violenza da una parte e del rovesciamento dall’altra in uno spazio che si configura propriamente come enigma e la sua risposta come norma, che è unica direttrice nel Keos dell’ordine e del arbitrio. E’ il desiderio, che oscilla  come enigma, tra la norma e la sua mancanza.

 

Tertia questio

 

Breve discorso sul discorso.

Ci sono due motivi per cui il discorso diegetico è percepito e narrato come mimesis.[11]

Innanzitutto è focalizzato sugli aspetti normativi e i discorsi diretti vengono percepiti quasi come delle chiose in un libro di un notaio. In breve, “teoricamente”, scoria eliminabile.

Il secondo motivo è che la cosidetta “cornice”, da qualche autore ritenuta la parte più importante del grande Decamerone, è qui ridotta, anche per l’antitoscanismo dell’autore, ai minimi termini, occupando una piccolissima parte della narrazione. Certo non è che una parte del discorso si misuri “a metro”, ma possiamo affermare che l’impianto della narrazione ha nella cornice, la parte meno elaborata e dopotutto meno felice, lasciando in primo piano un discorso essenzialmente narrativo di retorica epidittica.

Concludendo il discorso sulle queries si può sottolineare una forte differenza fra le quattro giornate/libri. Tutto quello che c’è da dire di un certo peso sul “cortegiano” è presente nel primo libro. Nel secondo e nel quarto si trovano delle ripetizioni accompagnate da filosofia umanistico/rinascimentale di maniera giustiticata dalle “vitae” illustri come exempla ma in modo aggrovigliato ed  ad accumulazione, più che con un discorso logico scientifico aristotelico come abbiamo visto in Machiavelli.

Il terzo libro è dedicato alla dama di corte e gia’ nel primo libro si era asserito che ove applicabili avrebbe dovuto avere caratteri e complessione del cortegiano. Nella lettura che segue non ci si meravigli che il primo libro sia quello con maggior risalto.

 

Il Cortegiano: Il testo come norma

 

Dopo la dedicatoria si fanno le proposte per una gioco acconcio e viene deciso di «formar con parole un perfetto cortegiano…» [12]

Per prima cosa «che questo nostro cortegiano sia nato nobile e di generosa famiglia» [13] “il cortegiano deve inoltre essere in questa parte fortunato, ed abbia da natura lo ingegno e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia e come si dice, un sangue, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede, grato e amabile … tale da essere degno del commerzio e grazia di ogni signore”.[14]

La grazia due volte notata, per la persona e per i rapporti col signore , coniugata con la virtù, sarà il leit motive delle speculazioni filosofiche di stampo platonico dal II al IV libro ma son già qua esplicitate con scarne ma acutissime parole.

“Si trattava di accettare l’esistenza e la logica della corte nello sforzo di diventare la coscienza del principe «il potere incarnato»… poiché in maggiori errori dei principi erano «la ignorantia e la persuasion di sé stesso»[15]che germogli avevano nella menzogna e nell’adulazione[16].

E dalla ragione e corretta “istituzione” derivava “… l’officio del bon principe… con leggi e ordini, «che i popoli suoi» possano vivere nell’ozio e nella pace, senza pericolo e con dignità”[17].

Naturalmente avere come compito l’istituzione del principe comporta tutta una serie di competenze e capacità non di poco conto.

Innanzitutto le armi: - voglio che egli sia di bona disposizione e de’ membri ben formato, e mostri forza e leggerezza e discioltura, e sappia di tutti gli esercizi della persona, che ad un uom di guerra s’appartengono, …maneggiar ben ogni sorte d’arme a piedi e a cavallo…e saper lottare… [18].

E non di meno esperto nelle lettere : - non solamente il parlare, ma ancor il scrivere bene [19]… perché niuna cosa più da natura è desiderabile agli uomini… che il sapere[20]; e conoscere la musica disegnare e dipingere: -  ancor musico “…”, oltre allo intendere… esser sicuro a libro[21]…saper disegnare a aver cognizion dell’arte propria del dipingere.[22] Sempre per la vita di corte è necessario sapersi abbigliare a modo secondo costume, conversare e saper danzare.

Ma tutte le norme più importanti o meno devono soggiacere a due condizioni.

L’affettazione che se evitata mostra “gesti semplici e naturali, senza mostrare industria né studio”.[23]L’affettazione annulla “la grazia d’ogni operazion così del corpo come dell’animo”[24]. E per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura [25], che nasconde l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo “si crede” derivi assai la grazia.[26]

       Gli aspetto normativi principali sono stati esposti nel II, III e IV libro sono comunque presenti temi e motivi secondari non attinenti la nostra trattazione, come l’amore platonico e il rapporto emozionale col principe, che potrebbe eventualmente trovare una adatta collocazione altrove.



[1] Il libro del Cortegiano – Rizzoli 1994 (poi LDC), a cura di Giulio Carnazzi e introduzione di Salvatore Battaglia (II). Il libro del Cortegiano Garzanti 2000 introduzione di Amedeo Quondam,( con nutrita e aggiornata bibliografia)

[2] Letteratura Italiana Laterza LIL 19 p. 11

[3] Ib. 11

[4] Letteratura Italiana Laterza LIL 24 – La letteratura e la lingua p. 118-119

[5] LDC p. 51

[6] Tullio de Mauro – Storia linguistica dell’Italia unita – Mursia, 1981

[7] Cfr Quondam, ib. IX

[8] LDC – CARNAZZI – I - 34

[9] Cfr. Storia dell’arte italiana EINAUDI 1981 a cura di Federico Zeri; in particolare  6° volume, Antonio Pinelli “La maniera : definizione di campo e modelli di lettura” p. 136 e segg.

[10] Storia d’Italia Einaudi I, I caratteri originali, Alessandro Fontana, La Scena , p. 801

[11] Auerbach – Mimesis I e II, Einaudi, 1956

[12] LDC p. 67

[13] LDC p. 69

[14] LDL p. 72

[15] LDL IV 4 - 5

[16] Letteratura Italiana Einaudi, Franco Gaeta, Cortesia e servitù, L’ideale «cortegiano» p. 247-248

[17] LDL IV, 27 – si nota “ozio” come concetto Stoico - Epicureo

[18] LDL p. 76

[19] LDC p. 87

[20] LDC p. 100

[21] LDL, p. 105

[22] LDC p. 107

[23] LDL p. 98

[24] LDC p. 99

[25] Disinvoltura, frutto dello studio e che è fonte della grazia.

[26] LDC p. 81