LETTERATURE COMPARATE

LINGUISTICA E LETTERATURA
COMPARATA 2008


Letteratura Comparata Diacronica.

QUASIMODO ANTOLOGISTA E LE TRAME DI ITALO CALVINO IN “LEZIONI AMERICANE” – SEI PROPOSTE PER IL PROSSIMO MILLENNIO.


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... un altro contributo alla scienza comparatistica che nelle lettere non ha ancora una vera e propria "scuola" italiana.

Nell'insegnamento di Letterature Moderne Comparate
curato dal Prof. Sandro Maxia.

Linguistica e Letteratura comparata - Anno 2008 

di Massimo Marongiu 

Copyright M. Marongiu
tutti i diritti riservati
deposito S.I.A.E. 2000-2005

 

 

 

Le trame di Italo Calvino in

“Lezioni Americane”

Sei proposte per il prossimo millennio

 

 

 

Il nostro è un estratto di un percorso metodologico di Calvino, basandoci sulle ormai famose “Lezioni Americane”, per un’analisi che oggi chiameremmo “dei microcanoni” nelle forme e nei temi interlacciati, da noi applicata alla antologia “Lirica italiana dalle origini ai giorni nostri” raccolta da Salvatore Quasimodo.

La nostra scommessa è di dare struttura all’attributo “abbozzo critico”, delle Lezioni Americane, per farne uno “statuto” ad hoc, che  seppure, come tutte le regole, ha forti connotazioni di arbitrarietà trae giustificazione dalla sua capacità di essere funzione, e quindi critica che tende ad avvalorarsi di un qualche principio di “lettura originale” dall’opera letteraria.

Che sia opera settoriale è indiscusso, ma interseca dialogicamente a diversi piani, sufficientemente determinati, il proprio oggetto: l’antologia, che lungi dall’essere esaustiva, è anch’essa un segmento qualificato dal Quasimodo nel mare magnum della Lirica d’Amore Italiana nel suo complesso. Un campione delimitato  dunque ma di grande interesse e spessore, che si dipana nel  nostro tentativo di porci al massimo dell’ assenza, come narratori-ombra di Quasimodo e  infracritici di un forzato Calvino.

Il risultato non sara’ un atlante ma una serie di impervi percorsi che Vi proponiamo.

Elencheremo innanzitutto un taglio dei concetti regolamentari-metodologici esposti da Calvino, utilizzandoli come topos, come singole koiné della storia letteraria, nel loro ordine temporale, con un breve stralcio del commento originario che li accompagna. Poi noi abbiamo cercato di distillare l’antologia con gli occhi di Calvino, con le sue regole, ritagliando di volta in volta dai componimenti i luoghi deputati dove la cadenza normativa era un’evidente “lettura” del testo.

Noi “assenti” vorremmo comunque porre qualche annotazione d’ordine generale. La stragrande maggioranza dei “ritagli” che abbiamo effettuato provengono dagli incipit dei componimenti, secondo le regole della captatio benevolentiae dell’exordium nella partitio classica del genere Retorica. Insomma, l’idea piu’ ispirata, laddove l’intuizione dell’espressione è piu’ evidente è stata dal ‘200 ai giorni nostri esposta in bella vista e non nascosta nell’espositio, luogo proprio del concettuoso, raziocinante e doloroso.

In questa prospettiva nella lirica d’amore italiana si puo’ rinvenire accanto agli altri innumerevoli Stilemmi, la presenza massiva del genere Retorica, o se preferite, di una certa organizzazione del materiale, in una retorica di lungo periodo.

 

 

LEGGEREZZA:

 

la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.[1]

 

 

RAPIDITA’:

 

Già della mia giovinezza ho scelto come mio motto l’antica massima latina “festina lente”, affrettati lentamente. Forse più che le parole e il concetto è stata la suggestione degli emblemi ad attrarmi.[2]

 

 

 

ESATTEZZA:

 

La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia il geroglifico Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.”[3]

 

 

VISIBILITA’:

 

C’è un verso di Dante nel Purgatorio  XVII, 25 che dice:  “Poi piovve dentro all’alta fantasia” … la fantasia è un posto dove ci piove dentro…

Dante stà contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente… Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è Dio che gliele manda.”[4]

 

 

MOLTEPLICITA’:

 

“La conoscenza per Musil è coscienza dell’inconciliabilità di due polarità contrapposte: una che egli chiama esattezza ora matematica ora spirito puro ora anima ora irrazionalità ora umanità ora caos. Tutto quello che egli sa o che egli pensa lo deposita in un libro enciclopedico a cui cerca di conservare la forma del romanzo, ma la struttura dell’opera cambia continuamente, gli si disfa tra le mani, cosicché non solo non riesce a finire il romanzo, ma neppure a decidere quali dovrebbero esserne le linee generali, per contenere l’enorme massa di materiali entro precisi contorni. –

 

Un confronto tra i due scrittori-ingegneri, Gadda, per cui comprendere era lasciarsi coinvolgere nella rete delle relazioni, e Musil che dà l’impressione di capire sempre tutto nella molteplicità dei codici e dei livelli senza lasciarsi mai coinvolgere, deve registrare anche questo dato comune a entrambi: l’incapacità a concludere…

Neanche Proust riesce a vedere finito il suo romanzo-enciclopedia… l’opera va infoltendosi e dilatandosi dal di dentro in forza del suo stesso sistema vitale…[5]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEGGEREZZA

 

 

 

Valimento            mi date, donna fina,

che lo meo core a desso voi s’inchina.

                                                    

Valor sor l’altre avete,

e tutta canoscenza;

null’omo non poria

vostro pregio contare,

di tanto bella siete.[6]

                                                       

Perch’i’ no spero di tornar giammai,

ballatetta, in Toscana,

va’ tu, leggera e piana,

dritt’a la donna mia,

che per sua cortesia

ti farà molto onore.[7]

                                                    

Nelle man vostre, o dolce donna mia,

raccomando lo spirito che muore,

e se ne va sí dolente, che Amore

lo mira con pietà che ’l manda via.

                                                    

Voi lo legaste alla sua signoría,

sí che non ebbe poi alcun valore

di potergli dir altro che: «Signore,

qualunque vuoi di me, quel vo’ che sia.»[8]

                                                    

 

Tutto mi salva il dolce salutare

che vèn da quella ch’è somma salute,                                          LEGGEREZZA

in cui le grazie son tutte compiute:

con lei va Amor che con lei nato pare.[9]

                                                    


      Morte villana, di pietà nemica,

di dolor madre antica,

giudicio incontastabile gravoso,

poi che hai data matera al cor doglioso

ond’io vado pensoso,

di te blasmar la lingua s’affatica.[10]

                                                    

 

Ne li occhi porta la mia donna Amore,

per che si fa gentil ciò ch’ella mira;

ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,

e cui saluta fa tremar lo core,[11]

                                                    

 

Chiare fresche e dolci acque

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo ove piacque,

con sospir mi rimembra,

a lei di fare al bel fianco colonna;

erba e fior che la gonna

leggiadra ricoverse

co l’angelico seno;

aere sacro sereno

ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:

date udienzia insieme

a le dolenti mie parole estreme.[12]

                                                    

 

Dolci pensier che da sí dolci lumi

conducete nel cuor tanta dolcezza,

ch’io temo l’alma ne’ martíri avvezza

in disusato ben non si  consumi;[13]

                                                    

 

Iscinta e scalza, con le trezze avvolte,

e d’uno scoglio in altro trapassando,                                            LEGGEREZZA

conche marine da quelli spiccando,

giva la donna mia con altre molte.[14]

                                                    

 

Fior di dolcezza sei

ed in te sola son i pensier miei.

 

Tu sola ’l mio tesoro

in cui bellezza è e onestà verace.

Per te dí e notte moro

e rammentarti mai mie cor non tace.

 

Ma s’io non ho tuo pace,

staranno lagrimosi gli occhi miei.[15]

                                                    

 

Angelica vagheza in cui natura

ne mostra ciò che bel puote operare,

tal che a sí chiara luce acomperare

ogni stella del ciel parebe oscura.[16]

                                                    

 

Se mai fu, Canzon mia, donna crudele

al suo servo fedele,

tu puoi dir che l’è quella, e non t’inganni,

che vive, acciò ch’io mora de’ miei anni.[17]

                                                    

 

O lieta pioggia, o solitaria valle,

o culto monticel che mi difendi

l’ardente sol con le tue ombrose spalle;

 

o fresco e chiaro rivo che discendi

nel bel pratel fra le fiorite sponde,

e dolce ad ascoltar mormorio rendi;[18]

                                                            

 

…Da luce all’emispero

la mia brunelluccia,                                                                           LEGGEREZZA

con la sua boccuccia,

                  pïove mèle.

 

È saggia e ancor fedele.

Non si corruccia e sdegna,

qualche fiata s’ingegna

                  per piacere…[19]

                                                    

 

Sì, come fior, che per soverchio umore

carco di pioggia, ed a se stesso grave,

inchina, e col già tanto odor soave

a forza perde il suo natio colore,

 

né piú donzella, o giovane, che Amore

sotto il suo giogo dolcemente aggrave,

e che ’l  nudrisca, come dianzi, o lave,

poiché sí poco tien del primo onore;[20]

Mentre io qui vissi in voi, lume beato,

e mecovoi, vostra mercede, unita

teneste l’alma, era la nostra vita

mosrta in noi stessi e viva nell’amato.

 

Poiché per l’alto e divin vostro stato

non son piú a tanto ben qui giú gradita,

non manchi al cor fedel la vostra aita

contro il mondo vêr noi nemico armato. [21]

                                                    

 

O del Silenzio figlio e de la Notte,

padre di vaghe imaginate forme,

Sonno gentil, per le cui tacit’orme

son l’alme al ciel d’Amor spesso condotte. [22]

                                                    

 

Tutta fatta voi siete

di materia di cielo:                                                                    LEGGEREZZA

i lucid’occhi avete

dal pianeta di Delo,

e dall’iride il ciglio

e dall’alba il color bianco e vermiglio;

dalla rugiada il pianto,

dal lampo il riso e dalle sfere il canto.

Ma un non so che, ch’adorna ogni vostr’atto,

dite, donde l’aveste?

Ch’egli è, se lice dir, piú che celeste. [23]

…….

Ma che? Sederle al fianco, e de’ suoi sguardi,

de’ suoi sorrisi, de’ suoi dolci accenti

pascer l’anima ingorda, e sí dappresso

farmi al suo labbro, che sul labbro mio

giungerne io senta il tepido respiro…[24]

                                                    

…Per me cara, felice, inclita riva,

ove sovente i piè leggiadri mosse

colei che vera al portamento Diva

 

in me volgeva sue luci bëate,

mentr’io sentia dai crin d’oro commosse

spirar ambrosia l’aure innamorate. [25]

                                                    

 

Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro

che voglia non m’entrò bassa nel petto,

ch’arsi di foco intaminato e puro.

 

Vive quel foco ancor, vive l’affetto,

spira nel pensier mio la bella imago,

da cui, se non celeste, altro diletto

 

giammai non ebbi, e sol di lei m’appago. [26]

                                                    

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti                                                 LEGGEREZZA

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, che t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. [27]

                                                    

 

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventú salivi?[28]

                                                    

Ove sei? de’ sereni occhi ridenti

a chi tempri il bel raggio, o donna mia?

E l’intima del cor tua melodia

a chi armonizzi ne’ soavi accenti?

 

Siedi tra l’erbe e i fiori e a’ freschi venti

Dài la dolce e pensosa alma in balía?

O le membra concesso hai de la pia

onda a gli amplessi di vigor frementi?[29]

                                        

 

Dove tu mi sepellirai?

Oh nell’aperto campo

perché piú pronta compia la terra

la dissoluzïone

e il cielo mio e il vento

che tanto amai

abbiano alcun

compenso da me

che presto io rida e odori

in erbe e fiori

rida agli uccelli e al sole

rida all’amore![30]

                                        

 

Un mio gioco di sillabe t’illuse.

Tu verrai nella mia casa deserta:                                                    LEGGEREZZA

lo stuolo accrescerai delle deluse.

So che sei bella e folle nell’offerta

di te. Te stessa, bella preda certa,

già quasi m’offri nelle palme schiuse.[31]

                                        

 

Anche te, cara, che non salutai

di qui saluto, ultima. Coraggio!

Viaggio per fuggire altro viaggio.

In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.

 

In alto, in alto i cuori. I marinai

cantano leni, ride l’equipaggio;

l’aroma dell’Atlantico selvaggio

mi guarirà, mi guarirà, vedrai.[32]

                                        

Tanta fu la paura dei miei baci

nella casa improvvisamente buia,

che rimanesti tutto il temporale

trasalendo alle vampe degli scoppi

sulla soglia, coi piedi nella pioggia.

Ritornando ventenne nel ricordo,

ti dedico i coralli di quei fulmini.[33]

                                        

Roseo splendore d’anima respira

dal sorridente viso d’una donna

che fra il sonno degli alberi cammina.

Si sporgono su lei verdure in sogno

e nudità di nuvole sdraiate

e lampeggi d’uccelli, accordatori

del mormorio d’argento dei ruscelli.[34]

Tu sentirai le rime scivolare

in cadenza nel caldo della stanza

sopra al guanciale pallida a sognare

ti volgerai, di questa lenta danza

magnetica il sussurro a respirare.[35]

                                        

 

Tu mi portasti un po’ d’alga marina

nei tuoi capelli, ed un odor di vento,                                                       LEGGEREZZA 

che è corso di lontano e giunge grave

d’ardore, era nel tuo corpo bronzino:

- oh la divina

semplicità delle tue forme snelle –

non amore non spasimo, un fantasma,

un’ombra della necessità che vaga

serena e ineluttabile per l’anima

e la discioglie in gioia, in incanto serena

perché per l’infinito lo scirocco

se la possa portare.

Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani![36]

                                                    

 

Verrà la pace con le mani giunte,

ma non la udrai tu, piccola, venire.

Tornerà, sai, quotidianamente

un poco, senza dirti nulla; e, vedi,

sarà come se tu cantassi una

preghiera incomprensibile, per lungo

volger di tempo, in fin che in una sera,

forse piú dolce e triste, all’improvviso

t’avvenisse, cosí, senza sapere,

di comprenderla intera.[37]

                                        

 

Sei tutta mobile e fuggitiva,

come l’onda che tocca la riva,

posa un’istante, e poi guizza via;

 

tutta amorosa, come la vela

che s’apre e inchina, palpita e anela

al vento forte di Schiavonia;[38]

                                        

 

Su te, vergine adolescente,

sta come un’ombra sacra.                                                      LEGGEREZZA

Nulla è piú misterioso

e adorabile e proprio

della tua carne spogliata.

Ma ti recludi nell’attenta veste

e abiti lontano

con la tua grazia,

dove non sai chi ti raggiungerà.[39]

                                        

 

Quando

mi morirà

questa notte

e come un altro

potrò guardarla

e mi addormenterò

al fruscio

delle onde

che finiscono

di avvoltolarsi

alla cinta di gaggie

della mia casa.[40]

                                        

 

La trama delle lucciole ricordi

sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?

Trasognato paese dove fui

ieri e che già non riconosce il cuore.

 

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,

io non ricordo; e stillano in me dolci

parole che non sai d’aver dette.[41]

                                        

 

È tardi. È molto tardi. È bene che si vada.

Vieni, dammi la mano;

rifacciamo la strada.

La tua casa è lontana.

Perché taci e ti guardi

la punta delle dità?

Piccola tu, mia vita,

vieni, fa tardi.[42]

                                        

 

Un testo di garofani discioglie

alla finestra la capigliatura.                                                             LEGGEREZZA

Voglio cantarvi con tanta bravura

che qualcuna di voi s’affaccerà.

Donne del vicinato, è primavera,

l’hanno anelata nel sonno i balconi.

Un grappolo vi reco di canzoni,

beata quella che se ne ornerà.[43]

                                        

 

Perché dovrei se tu non m’ami piú

amarti?

Amor mi tenne con suoi doni ed arti,

non tu.

 

Tu muti o passi, ma l’amore resta

in me,

a te un istante diede, ma per sé,

sua festa.

 

L’urna tu fosti che or non serba piú

il fiore,

un’altra bocca mi dirà l’amore

che fu.[44]

                                        

 

Nei mattini che la vita

si ridesta tanto

solitaria che anche la natura è smarrita;

 

l’amore, che meravigliosamente

si fa debole di solitudine,

cantando nell’indistinto

con un pigolio d’uccelli di nido,

 

dolcemente, sostituisce agli amanti

le loro deboli azioni

e gli oggetti, in cui insinua gli incanti

delle semplici occasioni.[45]

                                        

 

Canto di donna che si sa non vista

dietro le chiuse imposte, voce roca,                                                   LEGGEREZZA

di languenti abbandoni e d’improvvisi

brividi scorsa, di vuote parole

fatta, ch’io non discerno.[46]

                                        

 

Forse mi lascerà del tuo bel volto

amore un soffio e la celeste sera

disparirà come un silenzio intorno.[47]

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la sora bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora cosí dolce

che fa tremare.

È un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.[48]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RAPIDITA’

 

 

 

Canzonetta novella,

va’, e canta nova cosa;                                                                 RAPIDITA’

lévati da maitino

davanti a la piú bella.[49]

                                        

 

Ecco pena dogliosa

che ne lo cor  m’abonda

e sparge per li membri

sí ch’a  ciascun ne ven soverchia parte:

non ho giorno di posa,

come nel mare l’onda.[50]

                                        

 

Per lo piacer m’ha vinto,

per lo parlar distretto,

per l’operar conquiso,

per la beltà m’ha cinto,

che ’l core da lo petto

pare che mi sia diviso.[51]

                                        

 

Ben passa rosa e fiore

la vostra fresca cera,

lucente piú che spera,

e la bocca aulitusa,

piú rende aulente aulore,

che non fa una fera

ch’ha nome la pantera,

che ’n India nasce ed usa.[52]

                                        

 

Il parpalion, che fére a la lumera

per lo splendor che sí bello gli pare

s’avventa ad essa per la grande spera

tanto che si conduce a divampare;

 

cosí facc’io mirando vostra cera,

madonna, e ’l vostro dolce ragionare,

che dilettando struggo come cera

e non posso la voglia rinfrenare.[53]

                                                    

 

Beltà di donna di piagente core                                                                 RAPIDITA’

e cavalieri armati che sien genti,

cantar d’augelli e ragionar d’amore,

adorni legni ’n mar forte correnti.[54]

                                                    

 

Il cuore in corpo mi sento tremare,

sí fort’è la temenza e la paura,

ch’i’ ho vedendo madonna in figura,

cotanto temo di lei innoiare.[55]

                                                    

 

Deh, giovanetta, de’ begli occhi tui,

che mostran pace ovunque tu li giri,

come può far Amor criar martiri

sí dispietati ch’uccidan altrui?

 

Come che v’entri prima, e’ n’asce pui

coperto, ch’uom non è che fiso ’l miri;

di saette fasciato e di sospiri,

il cuor mi taglia co’ rei colpi sui.[56]

                                                    

 

Guato una donna dov’io la scontrai,

che co’ gli occhi mi tolse

il cor, quando si volse

per salutarmi, e nol mi rende mai.[57]

                                                    

 

Due foresette, ser Ventura, bionde

belle gaie gioconde,

meco fungando vengon per le selve:

l’una cantando, l’altra le risponde,

mostrando ch’aggian donde,

sí dolce ’l canto da lor si divelve.[58]

                                                    

 

In qual parte del ciel, in quale idea

era l’esempio onde natura tolse

quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse

 

mostrar qua giú quanto lassú potea?[59]

                                                    

 

I dí miei piú leggier che nesun cervo                                                          RAPIDITA’

fuggir come ombra, e non vider piú bene

ch’un batter d’occhio e poche ore serene

ch’amare e dolci ne la mente servo.[60]

                                                    

 

Toccami ’l viso zefiro tal volta

piú che l’usato alquanto impetuoso,

quasi se stesso allora avesse schiuso

dal cuoi’ d’Ulisse, e la catena sciolta.

 

E poi ch’è l’alma tutta in sé raccolta,

par ch’e’ dica: «Leva il volto suso;

mira la gioia ch’io, da Baia effuso,

ti porto in questa nuvola rinvolta.»[61]

                                                    

 

Un falcon pellegrin dal ciel discese

con largo petto e con sí bianca piuma,

che chi il guarda innamora e ne consuma.

 

Mirand’io gli occhi neri e sfavillanti,

la vaga penna e ’l suo alto volare,

mi disposi lui sempre seguitare.

 

Sí dolcemente straccando mi mena,

ch’altro non chieggio se non forza e lena.[62]

                                                    

 

Passo innanzi a me stesso

con alto e buon concetto,

e ’l  tempo gli prometto

c’aver non deggio; o pensier vano e stolto!

Ché, con la morte a presso

perdo ’l  presente, e l’avvenir m’è tolto.

E d’un leggiadro volto

ardo, e spero sanar, che morto viva

negli anni ove la vita non arriva.[63]

                                                    

 

A l’ombra d’un bel faggio Silvia e Filli

sedean un giorno ed io con loro insieme,

quando un’ape ingegnosa che cogliendo

se  ’n giva il mèl per que’ prati fioriti,

a le guance di Fillide volando,

a le guance vermiglie come rosa,

le morse e le rimorse avidamente:                                                  RAPIDITA’

ch’a la similitudine ingannata

forse un fior le credette.[64]

                                        

 

Ti dirò che sia morte. Amore è un fuoco,

che dal bel volto tuo vola al mio seno;

de’ tuoi lumi è chiarissimo baleno,

altro fulmine in me, per cui m’infoco.[65]

                                        

 

Rabbrividir d’amore…

restar muti, cosí, senza guardarsi

quant’è lungo il cammino

in quel sogno divino,

mentre le ardite brezze

scambiano baci coi mandorli in fiore,

baci fragranti e tepide carezze

senz’ombra di sospetto e di rossore…[66]

                                        

 

«Buon giorno!» «Buon giorno! Mi vuoi

bene?» «Punto…» Ti appoggi al mio braccio

e ce ne andiamo a casaccio

felici d’esser noi,

felici di camminare

tenendoci per mano,

di andarcene lontano

nell’ora crepuscolare,

tu ed io…Tu mi dici le cause

gravissime per cui proprio al mattino

ài pianto…[67]

 

 

 

 

 

 

ESATTEZZA

 

 

 

Per la vertute de la calamita

como lo ferro atra’ no se vede,

ma sí lo tira signorivelemente:[68]

                                                    

 

Foco d’amore in gentil cor s’apprende

come vertute in petra prezïosa;

ché da la stella valor no ’i discende,

anti che ’l sol la faccia gentil cosa.

Poi che n’ha tratto fore,

per sua forza, lo sol ciò che li è vile,

stella li dà valore.

Cosí lo cor, ch’è fatto da natura

asletto, pur, gentile,

donna, a guisa di stella, lo inamura.[69]

                                                    

 

Al novel tempo e gaio del pascore,

che fa le verdi foglie e’ fior venire;

quando li augelli fan versi d’amore,

e l’aria fresca comincia a schiarire;

le pratora son piene di verdore,

e li verzier cominciano ad aulire;

quando son dilettose le fiumane,

e son chiare surgenti le fontane,

e la gente comincia a risbaldire;[70]

                                                    

 

Ché le stelle del cielo non son tante,

ancora ch’io torrei esser digiuno,

quanti baci li die’ in un istante

in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:

e fu di giugno vinti dí a l’intrante,

anni mille dugento nonantuno.[71]

                                                    

 

Amor, cosí leggiadra giovenetta

giammai non misse foco in cor d’amante

con cosí bel sembiante,

 

come l’ha messo ’n me la sua saetta.[72]

                                                    

 

Solo e pensoso i più deserti campi                                                ESATTEZZA

vo mesurando a passi tardi e lenti,

e gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio uman la rena stampi.[73]

                                                    

 

Benedetto sia ’l  giorno e ’l mese e l’anno

e la stagione e ’l  tempo e lora e ’l  punto

e ’l  bel paese e ’l  loco ov’io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m’ànno;[74]

                                                    

 

La mia tenne la staffa,

et io montai in arcione:

la mi porse la lancia,

et io imbracciai la targa;

la mi porse la spada,

la mi calzò lo sprone;

la mi misse l’elmetto,

io gli parlai d’amore:

adio bella sora,

ch’io mene vo’ à Vignone:

et da Vignone in Francia,

per acquistare honore.[75]

                                        

 

Son la fronte, le ciglia e quei legami

del mio cor, aurei crini, e quei zaffiri

de’ bei vostri occhi, e lor soavi giri,

donna, per trarmi a voi tutti ésca ed ami.

 

Son di coralli, perle, avorio e latte,

di che fur labra, denti, seno e gola,

alle forme degli angeli ritratte;

son del gir, de lo star, d’ogni parola,

d’ogni sguardo soave, insomma, fatte

le reti, onde a intricarsi il mio cor vola.[76]

                                        

 

Del re de’ monti alla sinistra sponda,

Ove ancor Borea e il verno è sí possente

che né cantare alcun augel si sente,

né spuntar per li colli erbetta o fronda;

 

piango il mio duro esilio, e la gioconda                                                      ESATTEZZA

vita passata, e le speranze spente;

e la cagion del mio viver dolente

chiamo sempre, e non è chi mi risponda.[77]

                                                    

 

O che incendio, o che fiamma qui m’assalse

qui, dove ancor si vede arsiccio il prato,

per lui, che per mia morte al mondo è nato,

per lui, cui del mio duolo unqua non calse!

 

Qui, qui lagrime usciro amare e salse

Dagli occhi tristi, e ’l cor duro e gelato

mai non piegar. Fu sua durezza, o fato,

ch’amor, fede o fermezza a me non valse?[78]

                                                    

 

Picciola è l’ape, e fa co ’l picciol morso

pur gravi e pur moleste le ferite;

ma qual cosa è piú picciola d’Amore,

se in ogni breve spazio entra, e s’asconde

in ogni breve spazio?[79]

                                        

 

Segnando sua fortuna sopra un punto,

guadagnar sempre il giocator si crede,

ché quei gli arride in faccia, e sopra siede

al segno opposto il dado al giuoco assunto.[80]

                                        

 

Ecco spiegarsi e l’omero

e le braccia orgogliose

cui di rugiada nudrono

freschi ligustri e rose

e il bruno sottilissimo

 

crine che sovra lor volando va.[81]

                                        

 

Già cinque interi, e piú che mezzo il sesto

lustro ho trascorso, e dir non oso: Io vissi;

che quanto io lessi, vidi, appresi, o scrissi,

 

or sento essere un nulla manifesto.[82]

                                                                                                            ESATTEZZA

 

Quando venivi era un giorno di sole;         

o se pioveva, la pioggia cantava.

Io tutto l’anno quel giorno aspettava

per infilare perline con te.[83]

                                        

 

Chiara e silente l’acqua de l’Affrico

tra l’erba nova scorrea: le vetrici

sottili su gli argini verdi

senza un sussurro tremule, in fila;

 

senza una voce in fila tremuli

i pioppi al cielo di perla ergeano

i rami, alte verghe d’argento

su cui brillavan smeraldi vivi.[84]

                                        

 

Lascia con me, dolce adorata mia,

ogni malizia di civetteria,

ogni arte per indurmi in gelosia.

 

Non ostentar pericoli ed inciampi,

da i quali tu nel nostro nido scampi,

onde, conteso, amore in me piú avvampi.[85]

                                        

 

Gaia regina silvestre

che sempre odori di timo

di spinalbo e di ginestre

come nel giorno mio primo!

 

Fresche avellane sbucciate

di fresco paiono i denti

tra le labbra non baciate,

pronte al sorseggio de’ venti.[86]

                                        

Ti son vicino e tu mi sei lontana,

mi guardi e non mi vedi, o s’io ti parlo,

per quanto ascolti, non però m’intendi;

ti sono questo corpo e questi suoni,

ti sono un nome, ti son un dei tanti,

come un altro sarebbe

che per nome e per vista conoscessi.[87]

                                        

                                                                                                                ESATTEZZA

Canti e il tuo canto è grazioso

come il fiore che ha perso

il ricordo dei campi e cresce gracile.

Canti e batton le tue opre in cadenza.

La tua voce è piú intensa –

cicala che inasprisce il suo metro

se il sole è piú maestoso.[88]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VISIBILITA’

 

 

 

Ben è, alcuna fiata, om amatore

senza vedere so ۥnamoramento,

ma quell’amor che strenze cum furore

da la vista degl’occhi ha nascimento:

 

ché gli occhi representano a lo core,

d’onni cosa che veden, bona e ria,

cum’è formata naturalemente;[89]

                                                    

 

«Rosa fresca aulentissima ch’appari invêr la state,

le donne ti disiano, pulzelle e maritate:[90]

                                                    

 

Come lo giorno quand’è dal maitino

chiaro e serino ed è bello a vedire,

per che li oselli fanno lor latino,

cantare fino ch’è dolze ad odire,

e po’ vêr mezo il giorno canza e muta,

e torna in piogia la dolze veduta

che demostrava;

lo pellegrino che seguro andava

per l’alegreza de lo giorno bello,

doventa fello, e pieno di pesanza:

cusí m’ha fatto Amore, a mea certanza.[91]

                                                    

 

Guardai le sue fattezze dilicate,

che ne la fronte par la stella diana,

tant’è d’oltremirabile bieltate,

e ne l’aspetto sí dolze ed umana;

bianch’e vermiglia, di maggior clartate

che color di cristallo o fior di grana,

la bocca picciolella ed aulirosa,

la gola fesca e bianca piú che rosa,

la parladura sua soave e piana.[92]

                                                    

 

E l’altre donne fan di lei bandiera,

imperadrice d’ogni costumanza,

perch’è di tutte quante la lumiera.

                                                    

E li pintor la miran per usanza,                                                                  VISIBILITA’

per trarre assempro di sí bella cera,

poi farne all’altre genti dimostranza.[93]

                                                    

 

Non me ne meraviglio, donna fina,

se intra l’altre mi parete il fiore,

o se ciascuna beltate dechina

istando presso del vostro valore;

 

ché la stella, ch’appare la mattina,

mi rassomiglia lo vostro colore;

come piú vi riguardo, piú raffina

lo vostro dritto natural amore.[94]

                                                    

 

Amor, eo chero mia donna in domíno,

l’Arno balsamo fino,

le mura di Firenze inargentate,

le rughe di cristallo lastricate;

fortezze alte, merlate;

mio fedel fosse chiascedun latino.[95]

                                                    

 

In un boschetto trova’ pasturella

piú che la stella bella al mi’ parere.

 

Cavelli avea biondetti e ricciutelli

e gli occhi pien d’amor, cera rosata;

con sua verghetta pasturav’agnelli,

e, scalza, di rugiada era bagnata;

cantava come fosse ’nnamorata;

er’adornata di tutto piacere.[96]

                                                    

 

Un’alta stella di nova bellezza,

che del sol ci  to’ l’ombra la sua luce,

nel ciel d’Amor di tanta virtú luce,

che m’innamora de la sua chiarezza.[97]

                                                    

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.[98]

                                                    

                                                                                                                VISIBILITA’

E’ non fu mai fanciul vago di lucciola,

o di pigliar farfalle o girar trottola,

o farsi lieto d’una bella frottola,

di far cantar cicale o poppar succiola;[99]

                                                    

 

Giovene donna sotto un verde lauro

vidi piú bianca e piú fredda che neve

non percossa dal sol molti e molt’anni,

e ’l  suo parlare e ’l  bel viso e le chiome

mi piacquer sí ch’ i’ l’ ò dinanzi agli occhi

ed avrò sempre ov’ io sia, in poggio o ’n riva.[100]

                                                    

 

Amor ed io sí pien di meraviglia,

come chi mai cosa incredibil vide,

miriam costei quand’ella parla o ride,

che sol se stessa e nulla altra simiglia.

 

Dal bel seren de le trenquille ciglia

sfavillan sí le  mie due stelle fide

ch’altro lume non è ch’infiammi e guide

chi d’amar altamente si consiglia.

 

Qual miracolo è quel, quando tra l’erba

quasi un fior siede! ovver quand’ella preme

col suo candido seno un verde cespo!

 

Qual dolcezza è ne la stagione acerba

vederla ir sola coi pensier suoi inseme,

tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo![101]

                                                                

 

I’ guardo fra l’erbette per li prati,

e veggio svarïar di piú colori

rose viole e fiori

per la virtú del ciel che fuor li tira.

E son coperti i poggi, ove ch’io guati,

d’un verde che rallegra i vaghi cori

e con soavi odori

giunge l’orezza, che per l’aere spira:

e qual prende e qual mira

le rose che son nate in su la spina:

e cosí  par ch’amor per tutto rida.

Il disio che mi guida

però di consumarmi il cor non fina,

né farà mai, s’io non veggio quel viso

dal qual piú tempo stato son diviso.[102]                                                       VISIBILITA’

                                                    

 

Quando nel primo grado il chiaro sole

entra dell’Ariete, sí che i fiori

vestono i colli e gli albuscei le fronde,

in verde prato gir vestita a bianco

vidi un donna con cerchio di perle,

composto con grand’arte in lucente oro.[103]

                                                    

 

Réndece il giorno e l’alba rinovella,

ch’io possa riveder la luce mia,

stella d’Amor, che sei benigna e pia;

réndece il giorno che la notte cella.[104]

                                                    

 

Io vidi quel bel viso impalidire

per la crudiel partita, come sôle

da sera on da matina avanti al sole

la luce un nuvoletto ricoprire.

 

Vidi il color di rose rivenire

de bianchi zigli e palide vïole,

e vidi, e quel veder mi giova e dole,

cristallo e perle da quelli ochi uscire.[105]

                                                    

 

  ’ve guardo risplenda

che in fuoco di beltà distempri un core,

non ne dà doglia, che dia doglia amore.

Di duo begli occhi all’amoroso raggio

alma gentil commetta

della sua libertà tutti i pensieri;

né piana onda di mare a bel vïaggio,

né desïata auretta,

né riposato porto unqua disperi.[106]

                                        

 

Or che l’aria e la terra arde e fiammeggia,

né s’ode euro che soffi, aura che spiri,

ed emulo del ciel, dovunque io miri,

saettato dal sole, il mar lampeggia;[107]

O chiome erranti, o chiome

dorate, innanellate,

oh come belle, oh come

e volate e scherzate!                                                                                 VISIBILITA’

Ben voi scherzando errate,

e son dolci gli errori;

ma non errate in allacciando i cori.[108]

                                        

 

Al color de la chioma

sembri cometa ardente,

ed ai lampi de gli occhi un sol lucente.

Spieghi crine sanguigno,

spargi lume benigno:

oh forme altere e sole!

sotto crin di cometa occhi di sole.[109]

                                        

 

Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori

glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie.

 

Vedi: il sole co ’l  riso d’un tremulo raggio ha baciato

la nube, e ha detto «Nuvola bianca, t’apri.»[110] 

                                        

 

Fredde talune, fredde come cose

morte, di gelo tutto era perduto;

o tepide, e parean come un velluto

che vivesse, parean come le rose:

-         rose di qual giardino sconosciuto? –

 

Ci lasciaron talune una fragranza

cosí tenace che per una intera

notte avemmo nel cuor la primavera;

e tanto auliva la solinga stanza

che foresta d’april non piú dolce era.[111]

                                        

 

C’è silenzio, e tepore,

in questa romita stanza ov’io ti attendo,

e una purpurea roa,

già stanca, sul ciglio di languire,

anch’essa ansiosa del tuo bruno sguardo,

cosí tenera è l’ora

ch’io mi trasmuto in taciturna grazia,

mite rosa,

 

tepore sulle tue palpebre, carezza d’ombra.[112]                                           VISIBILITA’

                                        

 

Fausto, povero Fausto solo solo!

stai rannicchiato come un usignolo,

 

ma si vede che il tuo nido è di spine!

Che guardi? guardi agli ori, alle stelline

 

di quella ch’ora canta in palcoscenico?

o guardi, forse, al tremolar dei seni,

 

dei seni tondi come doppia pesca?[113]

                                        

 

In te mi piaccio, tenera

preda d’antiche notti,

or mi fedele e schiava,

di regina che fosti,

quando ti giunsi in cima

a delirate scale

d’incendio, salva.[114]

                                        

 

Tutti la credono donna

e donna può essere:

l’odore, il portamento

l’andamento di volo

che assume

sollevando appena il tallone.

Quanti occhi per guardare!

E quante voci

nella bocca sveglia:

un ponte a Venezia

o altra cosa improvvisa

mattiniera e gremita.[115]

                                        

 

Poi canta qualcuno e nella favola

entri di quel canto come una foglia,

e scompari nel vento dei capelli

al rumore d’un carro che separa

le nostre sorti. Una fiacca menzogna

di fumo m’alletta sino alla svolta.

La speranza è solo quel chiarore

sul colle, una betulla nella sera.[116]

                                        

                                                                                                                VISIBILITA’

In me il tuo ricordo è un fruscío

solo di velocipedi che vanno

quietamente là dove l’altezza

del meriggio discende

al piú fiammante vespero

tra cancelli e case

e sospirosi declivi

di finestre riaperte sull’estate.

Solo, di me, distante

Dura un lamento di treni,

d’anime che se ne vanno.

 

E là leggiera te ne vai sul vento,

ti perdi nella sera.[117]

                                        

 

Il pensiero della morte m’accompagna

tra i due muri, di questa via che sale

e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo

di primavera irrita i colori,

stranisce l’erba, il glicine, fa aspra

la selce; sotto cappe ed impermeabili

punge le mani secche, mette un brivido.[118]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MOLTEPLICITA’

 

 

 

Sollea aver sollazo e gioco e riso,

piú che null’altro cavalier che sia:

or n’è gita madonna in paradiso,

portòne la dolze speranza mia.[119]

                                                    

 

Si fiamma d’amor m’appiglia

guardando lo vostro viso,

che l’amor mi ۥnfiamma in foco.

Solo ch’í’ vi guardo un poco,

levatemi gioco e riso.[120]

                                                    

 

«Ciercat’ajo Calabria, Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,

Lamagna e Babilonia e tutta Barberia;

donna non ritrovai tanto cortese:

perché sovrana di meve te prese.»[121]

                                                    

 

Verde rivera a lei rassembro e l’aire

tutti color di fior, giallo e vermiglio,

oro e azzurro e ricche gioi’ per dare,

medesmo Amor per lei raffina meglio.[122]

                                                    

 

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio,

 

E monna Vanna e monna Lagia poi

con quella ch’è sul numer de le trenta

con noi ponesse il buono incantatore:

 

e quivi ragionar sempre d’amore

e ciascuna di lor fosse contenta,

sí come i’ credo che saremmo noi.[123]

                                                    

Giovinetta, tu sai

ch’i’ son tuo servidore;

merzè del mio dolore

che mi consuma e non ho posa mai![124]

                                                    

                                                                                                                MOLTEPLICITA’

E le donzelle da mane e da sera

danzar co’ loro amanti e darsi festa,

ciascuna pasturella venir presta

con le sue pecorelle all’ombra nera.

 

I verdi prati con fiori e viole

son còlti dagli amanti con gran riso,

perché natura e ’l tempo questo vuole.[125]

                                                    

 

Amor mi sprona in un tempo et affrena,

assecura e spaventa, arde et agghiaccia,

gradisce e sdegna, a sé mi chiama e scaccia,

or mi tene in speranza et or in pena;[126]

                                                    

 

Innamorato pruno

già mai non vidi, come l’altr’ier uno.

 

Su la verde erba e sotto spine e fronde

giovinetta sedea

lucente piú che stella.

Quando pigliava il prun le chiome bionde,

ella da sé il pignea

con bianca mano e bella;

spesso tornando a quella,

ardito piú che mai fosse altro pruno.[127]

                                                    

 

Passa per via la bella giovinetta,

quella ch’è di beltà fra l’altre belle,

in compagnia di donne e di donzelle:

l’altrieri un giorno la trovai soletta.[128]

                                                    

 

Piú che lo mele hai dolce la parola,

saggia e onesta, nobile e insegnata;

hai le bellezze della Camiola,

Isotta la bionda e Morgana la fata;

se Biancifiori ci fosse ancora,

delle bellezze la giunta è passata.

Sotto le ciglia porti cinque cose:

amore e foco e fiamma e giglio e rose.[129]

                                                    

                                                                                                                MOLTEPLICITA’

Dàtime a pien mano e rose e zigli,

spargeti intorno a me vïole e fiori;

ciascun che meco pianse e mei dolori,

di mia leticia meco il frutto pigli.[130]

                                                    

 

Occhi che sanza lingua mi parlate

l’onesta voglia di quel santo core,

e sanza ferro in pezi mi tagliate,

e sanza man mi tenete in dolore,

e sanza piedi a morte mi guidate

lieto sperando e cieco per amore;

se voi siete occhi e l’altre forze avete,

perché del foco mio non v’avvedete?[131]

                                                    

 

Quando sare’ men doglia il morir presto

che provar mille morti ad ora ad ora

da ch’, in cambio d’amarla, vuol ch’io mora![132]

                                                                        

 

Occhi lucenti e belli,

com’esser può che in un medesmo istante

nascan da voi sí nove forme e tante?

 

Lieti, mesti, superbi, umili, alteri

vi mostrate in un punto, onde di speme

e di timor m’empiete,

e tanti effetti dolci, acerbi e fieri

nel core arso per voi vengono insieme

ad ognor che volete.

 

Or poi che voi mia vita e morte sete,

occhi felici, occhi beati e cari,

siate sempre sereni, allegri e chiari.[133]

                                                    

 

Io assimiglio il mio signor al cielo

Meco sovente. Il suo bel viso è ’l sole;

gli occhi, le stelle; e ’l  suon de le parole

è l’armonia, che fa ’l  signor di Delo.

Le tempsete, le piogge, i tuoni e ’l  gelo

son i suoi sdegni, quando irar si suole;

le bonacce e ’l  sereno è quando vuole

squarciar de l’ire sue benigno il velo.[134]                                         MOLTEPLICITA’

                                        

     

Paradisi terreni,

simulacri divini, occhi stellanti,

spiritosi baleni,

animati levanti,

di natura e d’amor pompe vitali,

del bel ciel de la fronte Orse fatali;[135]

                                        

 

Bella fabbra d’accenti,

vaga culla del riso,

ricca cella d’odor, pompa del viso,

ingemmata prigion di cori ardenti,

amoroso spiraglio onde odorato

esce al foco de’ cor tepido fiato;[136]

                                        

 

Grazie agl’inganni tuoi,

alfin respiro o Nice,

alfin d’un infelice

ebber gli dei pietà:

 

sento da’ lacci suoi,

sento che l’alma è sciolta;

non sogno questa volta

non sogno libertà.[137]

                                        

 

Perché taccia il rumor di mia catena

di lagrime, di sperme, e di amor vivo

e di silenzio; ché pietà mi affrena,

se con lei parlo, o di lei penso e scrivo.[138]

 

                                        

 

E sulla siepe al mattino

io colsi il biancospino,

colsi le ginestre gialle

quando la campana del villaggio

ondeggiava nella valle;

e spiccai la margherita

dalla coltre verde fiorita

sulle città morte;

e il garofano fiammeggiante

sulla bruna finestrella

d’una fanciulla amante:                                                                  MOLTEPLICITA’

e nell’aiuola del giardino

colsi la rosa, e l’oleandro

in un’isoletta, e sull’arse

arene il giglio marino,

e sull’orlo de’ ghiacciai,

nel silenzio vespertino,

l’edelvai.[139]

                                        

 

Tutti i canarini trillavano in tutte le case

tutti gli affissi spremevan colore

nei Bagni Pubblici dietro le vetrate

si scioglie la settimana di malumore.

Tutti gli spini dei viali avevan gemmato

tutti i tranvai gialli frusciato verso il piacere

la città è grande: a ciascuno soddisfazione

e tutti gli orologi si accordavano a far sapere

l’ora che saresti venuta alla stazione…[140]

                                        

 

Item, lascio a la Lunella,

dolce amica, unica donna,

questo cuor che mi flagella

come Cristo alla colonna,

e, di maggio, una cappella

co’ un altar senza madonna,

che ci salga e che s’adori,

fra rintocchi, incensi e fiori.[141]

                                        

 

Sei la vita e la morte.

Se venuta di marzo

sulla terra nuda –

il tuo brivido dura-

Sangue di primavera

- anemone o nube –

il tuo passo leggero

ha violato la terra.

 

Ricomincia il dolore.[142]                                                                 MOLTEPLICITA’

 

 

 

 



[1] - ITALO CALVINO,  Lezioni Americane, Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori 1993 ed. 2005 pag. 7

[2] - ib. pag. 55

[3] - ib. pag. 65

[4] - ib. pag. 91

[5] - ib. pag. 120-121

[6] -  SALVATORE QUASIMODO, Lirica d’Amore Italiana, I e II vol. dalle origini ai nostri giorni, Garzanti giugno 1974 -   FEDERICO II  p. 9 - 10

[7] -  ib. GUIDO CAVALCANTI  p. 78

[8] -  ib. CINO DA PISTOIA  p. 117

[9] -  ib. CINO DA PISTOIA  p. 122

[10] - ib. DANTE ALIGHIERI  p. 153

[11] - ib. DANTE ALIGHIERI  p. 155

[12] - ib. FRANCESCO PETRARCA  p. 193

[13] - ib. BUONACCORSO MONTEMAGNO DA PISTOIA  p. 238

[14] - ib. GIOVANNI BOCCACCIO  p. 248

[15] - ib. FRANCESCO LANDINI,  detto il cieco degli organi p. 253

[16] - ib. MATTEO MARIA BOIARDO   p. 287

[17] - ib. LUDOVICO ARIOSTO  p. 330

[18] - ib. LUDOVICO ARIOSTO  p. 339

[19] - ib. BALDASSARRE OLIMPIO DA SASSOFERRATO  p. 360

[20] - ib. FRANCESCO MARIA MOLZA  p. 364

[21] - ib. VITTORIA COLONNA  p. 365

[22] - ib. GIANBATTISTA MARINO  p. 436

[23] - ib. TOMMASO STIGLIANI  p. 452

[24] - ib. VINCENZO MONTI  p. 491

[25] - ib. UGO FOSCOLO  p. 498

[26] - ib. GIACOMO LEOPARDI  p. 503

[27] - ib. GIACOMO LEOPARDI  p. 504

[28] - ib. GIACOMO LEOPARDI  p. 512

[29] - ib. GIOUSUE’ CARDUCCI  p. 536

[30] - ib. MARIO NOVARO  p. 578

[31] - ib. GUIDO GOZZANO  p. 590

[32] - ib. GUIDO GOZZANO  p. 592

[33] - ib. CORRADO GOVONI  p. 594

[34] - ib. ARTURO ONOFRI  p. 597

[35] - ib. DINO CAMPANA  p. 598

[36] - ib. DINO CAMPANA  p. 601

[37] - ib. SERGIO CORAZZINI  p. 604

[38] - ib. DIEGO VALERI  p. 612

[39] - ib. VINCENZO CARDARELLI  p. 614

[40] - ib. GIUSEPPE UNGARETTI  p. 617

[41] - ib. CAMILLO SBARBARO  p. 621

[42] - ib. NINO OXILIA  p. 627

[43] - ib. CORRADO ALVARO  p. 630

[44] - ib. FRANCESCO LANZA  p. 638

[45] - ib. CARLO BETOCCHI  p. 641

[46] - ib. SERGIO SOLMI  p. 643

[47] - ib. ATTILIO GATTO  p. 651

[48] - ib. ATTILIO BERTOLUCCI  p. 652

[49] - JACOPO DA LENTINI p. 13

[50] - ib. ENZO RE p. 41

[51] - ib. BUONAGIUNTA ORBICCIANI p. 43

[52] - ib. GUIDO DELLE COLONNE p. 59

[53] - ib. CHIARO DAVANZATI p. 68

[54] - ib. GUIDO CAVALCANTI p. 81

[55] - ib. CECCO ANGIOLIERI p. 105

[56] - ib. DINO FRESCOBALDI p. 127

[57] - ib. GIANNI ALFANI p. 132

[58] - ib. GIOVANNI DI LAMBERTUCCIO FRESCOBALDI p. 179

[59] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 206

[60] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 225

[61] - ib. GIOVANNI BOCCACCIO p. 247

[62] - ib. CINO. RINUCCINI p. 263

[63] - ib. MICHELANGELO BUONARROTI p. 352

[64] - ib. TORQUATO TASSO p. 397

[65] - ib. ANDREA PERRUCCI p. 471

[66] - ib. VITTORIA AGANOOR POMPILJ p. 548

[67] - ib. NINO OXILIA p. 624

[68] - PIER DELLA VIGNA p. 28

[69] - ib. GUIDO GUINICELLI p. 46

[70] - ib. DINO COMPAGNI p. 52

[71] - ib. CECCO ANGIOLIERI p. 108

[72] - ib. SENNUCCIO DEL BENE p. 164

[73] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 184

[74] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 188

[75] - ib. ANONIMO p. 325

[76] - ib. LUDOVICO ARIOSTO p. 336

[77] - ib. ANGELO DI COSTANZO p. 376

[78] - ib. SILVIA p. 380

[79] - ib. TORQUATO TASSO p. 400

[80] - ib. TOMMASO CAMPANELLA p. 428

[81] - ib. GIOVANNI PARINI p. 481 - 482

[82] - ib. VITTORIO ALFIERI p. 487

[83] - ib. POMPEO BETTINI p. 550

[84] - ib. GABRIELE D’ANNUNZIO p. 553

[85] - ib. FRANCESCO GAETA p. 584

[86] - ib. GIOVANNI PAPINI p. 587

[87] - ib. CARLO MICHELSTAEDTER p. 610

[88] - ib. CORRADO ALVARO p. 632

[89] - JACOPO DA LENTINI p. 17

[90] - ib. CIULLO D’ALCAMO p. 29

[91] - ib. PRINCIVALLE DORIA p. 35

[92] - ib. DINO COMPAGNI p. 53 - 54

[93] - ib. CHIARO DAVANZATO p. 66

[94] - ib. CHIARO DAVANZATI p. 67

[95] - ib. LAPO GIANNI p. 75

[96] - ib. GUIDO CAVALCANTI p. 80

[97] - ib. DINO FRESCOBALDI p. 126

[98] - ib. DANTE ALIGHIERI p. 157

[99] - ib. MATTEO CORREGGIAO p. 175

[100] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 182

[101] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 207

[102] - ib. FAZIO DEGLI UBERTI p. 235

[103] - ib. CINO RINUCCINI p. 265

[104] - ib. MATTEO MARIA BOIARDO p. 291

[105] - ib. MATTEO MARIA BOIARDO p. 300

[106] - ib. GABRIELLO CHIABRERA p. 421

[107] - ib. GIAMBATTISTA MARINO p. 438

[108] - ib. GIAMBATTISTA MARINO p. 442

[109] - ib. PIER FRANCESCO PAOLI p. 462

[110] - ib. GIOSUÈ CARDUCCI p. 543

[111] - ib. G. D’ANNUNZIO p. 561

[112] - ib. SIBILLA ALERAMO p. 575

[113] - ib. FAUSTO MARIA MARTINI p. 607

[114] - ib. GIORGIO VIGOLO p. 629

[115] - ib. RAFFAELE CARRIERI p. 644

[116] - ib. LIBERO DE LIBERO p. 646

[117] - ib. VITTORIO SERENI p. 654

[118] - ib. MARIO LUZI p. 655

[119] - GIACOMINO PUGLIESE  p.19

[120] - ib. RINALDO D’AQUINO  p. 24

[121] - ib. CIULLO D’ALCAMO  p. 31

[122] - ib. GUIDO GUINICELLI  p. 49

[123] - ib. DANTE ALIGHIERI  p. 145

[124] - ib. MATTEO FRESCOBALDI p. 169

[125] - ib. MATTEO FRESCOBALDI p. 173

[126] - ib. FRANCESCO PETRARCA p. 215

[127] - ib. FRANCO SACCHETTI p. 258

[128] - ib. Poeti minori anonimi e popolari p. 269

[129] - ib. Canzoni a ballo e strambotti p. 277

[130] - ib. MATTEO MARIA BOIARDO p. 288

[131] - ib. ANGELO Poliziano p. 317

[132] - ib. MICHELANGELO BUONARROTI p. 347

[133] - ib. VERONICA GAMBARA p. 363

[134] - ib. GASPARA STAMPA p. 385

[135] - ib. GIROLAMO FONTANELLA p. 466

[136] - ib. GIROLAMO FONTANELLA p. 468

[137] - ib. PIETRO METASTASIO p. 477

[138] - ib. UGO FOSCOLO p. 495

[139] - ib. GIULIO ORSINI p. 544

[140] - ib. PIERO JAHIER p. 595

[141] - ib. VITTORIO LOCCHI p. 623

[142] - ib. CESARE PAVESE p. 647